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Benedikt Roos e i “droni non identificati”: la paura dell’ignoto al servizio del riarmo

Quella della RSI al Capo dell’esercito Benedikt Roos (Lugano, 30 agosto 2026) è un’intervista che fa riflettere, ma non tanto per i suoi contenuti, quanto piuttosto per l’effetto che vuole ottenere sul pubblico. In poco più di tre minuti, in cui non c’è spazio per alcuna domanda vagamente scomoda, a colpire è proprio l’assenza di sostanza. Le parole di Roos trasmettono un indefinito senso di inquietudine, più che un illustrazione concreta delle sfide alla sicurezza che la Confederazione si trova ad affrontare.

Interpellato sulle minacce alla sicurezza per la Svizzera, Roos parla di frequenti attacchi informatici e di “droni che non sempre riusciamo a identificare”. Di chi si tratterà mai? Spie nemiche? Extraterrestri? Il drone per i selfie del bambino al parco? A Roos non interessa spiegare, quanto piuttosto trasmettere questo senso di inquietudine verso una minaccia indefinita. Del resto, si sa, quella dell’ignoto è la paura più forte. I “droni fantasma” sono invece un trend in voga da qualche anno in tutta Europa, che più di una minaccia reale sembra un’operazione di guerra psicologica per alimentare la psicosi bellica.

Ma in fondo possiamo anche intuire chi vuole incolpare il Capo dell’esercito, senza dirlo direttamente.

Poco dopo infatti Roos elargisce questo prezioso scoop di intelligence: “Secondo alcuni media, la Russia sta facendo costruire moltissime nuove rampe per droni lungo i confini finlandesi. Già questo è un segnale.” Un segnale di cosa? Mistero.
A parte il fatto che il Capo dell’esercito non dovrebbe riferirsi a “quello che dicono i media”, ma alle proprie fonti di informazioni interne, non si capisce in che modo la presunta costruzione di rampe per droni sul confine finlandese riguardi la Svizzera. A meno che Roos non abbia già ipotecato la nostra neutralità, decidendo che in un potenziale conflitto tra Finlandia e Russia la Confederazione dovrebbe schierarsi con la prima.

Il caso finlandese è tuttavia rilevante per comprendere dove sta la Svizzera oggi. Se la Finlandia si fosse infatti attenuta alla propria neutralità, di cui peraltro ha ampiamente beneficiato durante tutta la Guerra Fredda (dal dopoguerra al suo crollo, l’URSS era il primo partner commerciale di Helsinki), di certo il confine russo-finlandese oggi sarebbe un posto più tranquillo. Dopo che la Finlandia è entrata nella NATO e ha persino offerto il proprio territorio per stanziare armi nucleari puntate verso la Russia, è così strano che il Cremlino stia adottando contromisure? Questo non è un intrigo del regime di Putin, ma un problema totalmente evitabile che i finlandesi hanno creato con le proprie mani.

Se c’è una conclusione da trarre dall’esempio riportato da Roos, è proprio che Berna non deve comportarsi come Helsinki e dovrebbe invece tenersi stretta la sua neutralità. A volte per tutelare la propria sicurezza è sufficiente non andarsele a cercare.

Roos rincara la dose agitando lo spettro di un’invasione russa dei paesi baltici “entro la fine di questo decennio”, profezia autoavverante in voga nei circoli euroatlantisti, che sono allo stesso tempo i principali responsabili per il deterioramento della situazione internazionale e dei rapporti Europa-Russia. Anche in questo caso, la Svizzera cosa c’entra? Se i vertici militari elvetici sono preoccupati da una potenziale escalation nella regione, potrebbero chiedere al DFAE di aprire un canale di dialogo con Mosca, invece che farsi dettare l’agenda strategica da paesi la cui politica estera consiste interamente nel fare le teste di ponte americane contro la Russia.

Infine Roos si lamenta della scarsa consapevolezza del cittadino svizzero per le minacce alla sicurezza: “È un aspetto che mi preoccupa ancora un po’. In alcuni ambienti il messaggio sta arrivando, in altri meno”.

Se il Capo dell’esercito vuole che la popolazione prenda sul serio la sicurezza (tanto da giustificare lo shopping sfrenato di armamenti stranieri), Benedikt Roos dovrebbe provare a spiegarci quali sarebbero le reali e concrete minacce che incombono sulla Svizzera, al posto di riportare voci di corridoio, peraltro irrilevanti per il nostro contesto nazionale, che non fanno altro che alimentare una psicosi bellica indegna di un paese neutrale.

Nil Malyguine

Nil Malyguine, classe 1997, è laureato in storia all'Università di Padova. Si occupa in particolare di storia della Russia e dell'Unione Sovietica. È membro del Comitato Centrale del Partito Comunista.