Sono miliardi i franchi regalati all’industria bellica statunitense e sionista mentre i servizi pubblici nel nostro Paese vengono tagliati. La denuncia dell’ex ambasciatore dissidente Jean-Daniel Ruch squarcia il velo d’ipocrisia del Dipartimento federale della difesa: incompetenza, corruzione o sottomissione geopolitica?
La rimozione di Jean-Daniel Ruch e il “Putsch della NATO” a Berna
Non avevamo torto quando, dalle colonne di questo sito denunciavamo le manovre torbide dietro la clamorosa defenestrazione dell’ambasciatore svizzero Jean-Daniel Ruch. La vicenda, ricostruita allora con precisione dal segretario del Partito Comunista Massimiliano Ay e svelata nei suoi dettagli più inquietanti dal portale giornalistico indipendente che oggi è Antithese.info, rappresenta una ferita alla sovranità della Confederazione.
Proviamo a ripercorrere i fatti. Il 15 settembre 2023, la consigliera federale Viola Amherd presentava in pompa magna Ruch come il nuovo “super-funzionario” destinato a guidare il neonato Segretariato di Stato per la politica di sicurezza (SEPOS). Ruch, diplomatico di lungo corso, incarnava una visione della diplomazia elvetica basata sulla neutralità attiva. Nel corso della sua carriera aveva favorito il dialogo con tutti gli attori geopolitici, inclusi i contatti diplomatici con Hamas in Palestina, su mandato ufficiale dell’allora ministra Micheline Calmy-Rey. Questa sua volontà e capacità di parlare con tutti e il suo noto scetticismo verso l’alleanza militare atlantica, lo avevano reso l’obiettivo perfetto dei circoli militaristi nostrani da anni subalterni alla NATO.
Nel giro di un mese, la sua nomina è stata sabotata: attraverso una campagna mediatica finto-moralizzatrice guidata dal quotidiano scandalistico Blick e alimentata, secondo fonti diplomatiche, da veline dei servizi segreti del regime sionista, Ruch è stato dipinto come un soggetto ricattabile a causa di presunte vicende legate alla sua vita privata. Dietro questo paravento puritano si nascondeva in realtà quello che molti all’interno del corpo diplomatico hanno definito senza mezzi termini un vero e proprio “putsch della NATO”. L’obiettivo era chiaro: eliminare un difensore della neutralità perpetua per fare spazio a figure ben più malleabili rispetto ai diktat di Washington e Bruxelles. Oggi però è proprio Jean-Daniel Ruch, dalle colonne dello stesso Blick che ne aveva orchestrato il linciaggio mediatico, a lanciare un atto d’accusa devastante contro le scelte di armamento e di allineamento bellico della Svizzera.
Un disastro da 9 miliardi di franchi: l’allineamento alla NATO è un salasso
«Il costo dell’allineamento alla NATO è esorbitante». Con queste parole, l’ex ambasciatore definisce “catastrofiche” le decisioni d’acquisto di materiale bellico prese dal Dipartimento federale della difesa (DDPS) negli ultimi dieci anni. Mentre ai lavoratori svizzeri si chiedono sacrifici in nome dell’austerità e del pareggio di bilancio, la Confederazione ha impegnato la cifra astronomica di 8,65 miliardi di franchi in quattro contratti d’acquisto con potenze imperialiste estere, versando già quasi 2 miliardi di anticipi a fondo perso. Risultati ottenuti? Nulla: ritardi infiniti, difetti strutturali, ricatti sui prezzi e una totale perdita di sovranità nazionale. Ruch analizza nel dettaglio i quattro pilastri della fallimentare politica dell’attuale élite europeista che governa la Svizzera:
1. Caccia F-35 (USA): il cappio finanziario di Washington. Il Parlamento svizzero ha votato crediti per 6 miliardi di franchi per l’acquisto di 36 caccia americani F-35. Berna ha già versato anticipatamente 1,4 miliardi (870 milioni a fine 2025 e 500 milioni nel giugno successivo). Eppure, il governo USA ha stracciato le promesse di garanzia sul prezzo fatte nel 2022, imponendo alla Confederazione i prezzi reali negoziati lotto per lotto tra il Pentagono e la multinazionale Lockheed Martin. Il risultato di questo ricatto? Il Consiglio federale ha dovuto ammettere che il credito stanziato non basterà più e che, molto probabilmente, dovremo accontentarci di soli 30 aerei anziché i 36 pattuiti, sempre che i prezzi non salgano ulteriormente. Meno aerei, più costi: ecco il “trattamento di favore” riservato ai vassalli degli USA.
2. Batterie Patriot (USA): pagate e mai consegnate. Per il sistema di difesa terra-aria Patriot, la Svizzera ha già sborsato 700 milioni di franchi di acconti. Ad oggi, la consegna è pari a zero. Le prime batterie, previste per il 2026, sono state posticipate a data da destinarsi. Il motivo ufficiale addotto dal DDPS è che Washington ha dato la priorità al rifornimento del regime di Kiev per continuare a provocare la Russia.
3. Droni Hermes (Israele): tecnologia inaffidabile pagata a caro prezzo. La Svizzera ha investito ben 240 milioni di franchi nei droni israeliani prodotti dalla Elbit. Al di là del giudizio morale di commerciare in armi con il regime genocidario di Tel Aviv, con un ritardo accumulato di quasi otto anni rispetto alle previsioni, le forze aeree confederate hanno ricevuto solo 3 droni su 6. Ma la beffa non finisce qui: per sbloccare la consegna, il progetto iniziale è stato privato di funzionalità fondamentali, come il sistema di evitamento automatico delle collisioni, il sistema di sbrinamento e la capacità di decollo e atterraggio indipendente dal segnale GPS. Gli alti funzionari incompetenti piazzati a Berna hanno acquistato a peso d’oro droni tecnologicamente monchi dal braccio armato del sionismo.
4. Radio Elbit (Israele): un buco nero nei sistemi di comunicazione. Per il sistema di radio mobili fornito sempre dalla sionista Elbit, il contratto ammonta a 377 milioni di franchi. Anche qui il ritardo stimato è di almeno quattro anni a causa di gravi difetti di qualità, difficoltà di fornitura e incertezze sulle prestazioni reali. Il Controllo federale delle finanze è stato persino costretto a trattenere alcuni pagamenti a causa delle palesi inadempienze del fornitore sionista.
Ruch si chiede: «Incompetenza o corruzione?»!
Davanti a questo disastro sistematico che denota il declino in Svizzera della selezione dei funzionari e dei diplomatici, Jean-Daniel Ruch pone una domanda coraggiosa: queste decisioni sono il frutto di incompetenza, di influenze straniere in seno al Dipartimento della difesa o di corruzione?
L’ex ambasciatore evoca un precedente storico illustre: il celebre scandalo dei Mirage del 1964. All’epoca, di fronte a un superamento dei costi di 576 milioni di franchi (cifre allora ritenute astronomiche), la democrazia svizzera seppe avere un sussulto di dignità: fu istituita una Commissione parlamentare d’inchiesta, il capo dello Stato Maggiore Generale dell’esercito si dimise, il Comandante delle forze aeree fu sollevato dall’incarico e, due anni dopo, lo stesso ministro della difesa se ne andò. Oggi, invece, assistiamo a un totale collasso della responsabilità politica: funzionari e consiglieri federali si trincerano dietro il silenzio mentre i soldi dei contribuenti evaporano nei bilanci delle multinazionali militari statunitensi e sioniste. Anzi, si sta allargando un gorgo di costi: per coprire le falle lasciate dai Patriot, infatti, Berna ha speso un altro miliardo per sistemi a corto raggio tedeschi e sta negoziando un ulteriore esborso di 5 miliardi di franchi con fornitori francesi, israeliani e sudcoreani per un secondo sistema a lungo raggio.
Difficilmente si tratta di semplice “incompetenza” della burocrazia. È la logica conseguenza della sottomissione della classe dirigente svizzera agli interessi finanziari e militari dell’imperialismo atlantico. L’allineamento di fatto alla NATO e l’acquisto subordinato di sistemi d’arma con vincolo tecnologico e informatico alla sola NATO non servono a difendere la popolazione come vogliono far credere, ma a integrare la Confederazione nella macchina da guerra atlantica, a scapito della neutralità e del benessere. Ruch, che oggi dirige un think tank a Ginevra, propone l’immediata istituzione di una Commissione Parlamentare d’Inchiesta per fare luce su questa mangiatoia bellica, oltre allo stop immediato al flusso di denaro pubblico verso l’industria criminale sionista, rivendicando al contrario il recupero di una neutralità integrale e soprattutto ben definita a livello costituzionale.
