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Le guerre e il moralismo della RSI

Lo scorso 5 settembre è apparso sul sito della RSI un articolo a firma di Emanuela Musto dal titolo “Le guerre che non clicchiamo”, in cui l’autrice tratta de “l’indignazione selettiva come riflesso intermittente della coscienza globale”. Fuori dai paroloni la tesi è molto semplice: secondo l’istituto di ricerca sulla pace di Oslo attualmente nel mondo si combattono 59 guerre, mentre, nota argutamente Musto, la nostra “coscienza collettiva”, la nostra indignazione, si concentra solo su poche di queste 59 guerre. Questo è certamente vero se presa come considerazione fattuale, nel senso che è evidentemente impossibile per chiunque seguire nel dettaglio e con coscienza 60 guerre oltre alla propria vita quotidiana, ma ciò che è rilevante sono le sue argomentazioni, perché vanno a relativizzare pericolosamente i crimini di guerra commessi da Israele durante il genocidio che conduce a Gaza e in tutta la Palestina.

Prima di tutto Musto parla di “indignazione”, come se l’interesse per la politica internazionale sia un fatto puramente morale. Non è così, perché la politica internazionale è prima di tutto un fatto politico, indipendentemente dalle emozioni che suscita in chi ne apprende le notizie. Ridurre tutto a una questione morale svuota la portata storico-politica degli avvenimenti e impedisce qualsiasi progettualità verso il futuro. Le condanne e le approvazioni moralistiche si basano sull’idea che chi guarda lo scenario internazionale sia un giudice esterno incapace di agire e non un soggetto dotato di capacità politica e che quindi può, organizzandosi, influenzare il corso delle cose verso un obiettivo definito in un progetto politico più generale.

La relativizzazione della gravissima situazione di Gaza avviene quando l’autrice traccia un parallelo tra i bambini di Gaza e quelli che lavorano nelle miniere congolesi. È chiaro che da una prospettiva morale sono entrambe cose molto brutte, ma dire che sono entrambe cose brutte non salva questi bambini. Invece attivarsi politicamente in quanto cittadini di uno Stato che ha forti legami politici, economici e militari con Israele, chiedendo che il Consiglio federale applichi coerentemente la neutralità e provveda al riconoscimento dello Stato di Palestina e per la sospensione delle collaborazioni militari con Israele, è un fatto concreto che ha dei risultati reali; ma questo è possibile solo se esistono dei rapporti di forza, e quei rapporti di forza si costruiscono anche focalizzando l’attenzione. Oltre a questo, l’articolo non fa mai menzione del genocidio ma parla sempre e solo di “guerra”, come se le guerre si combattessero tra bambini malnutriti ed eserciti regolari armati di tutto punto.

Musto si chiede poi come mai si parli così tanto di Gaza e mai di Yemen, Darfur e Sahel, rispondendosi da sola che riguardo la Palestina è più facile la narrazione “buoni contro cattivi”. Oltre al fatto che mettendo la questione in questi termini l’autrice ammette implicitamente che in linea di principio potrebbero esistere dei buoni motivi per commettere un genocidio, sarebbe interessante sapere quale media “tradizionale” abbia portato avanti la narrazione buoni contro cattivi.

Altre possibilità ventilate riguardano l’idea che sarebbe difficile spiegare all’opinione pubblica le “guerre civili” del Sahel o in Sudan o che ciò “può significare incrinare equilibri diplomatici o mettere a rischio forniture energetiche”. Mi sembra molto più verosimile che il motivo per cui non si parli dei conflitti nel Sahel, che non sono “guerre civili” ma sollevazioni antimperialiste, è il fatto che quelle sollevazioni hanno cacciato gli imperialisti francesi (si pensi al Niger o ai grandi progressi sociali compiuti in Burkina Faso dal Capitano Ibrahim Traoré). Anche perché, se fossimo così preoccupati dalle forniture energetiche, i media non avrebbero demonizzato la Russia per anni, né l’Unione Europea, seguita col naso nel didietro dal Consiglio Federale, avrebbe imposto le sanzioni che hanno interrotto le forniture di gas.

Insomma, su un piano morale è certamente lodevole l’impegno di Musto a parlare di tutti i mali del mondo, ma questo testo, invece di farne un articolo, avrebbe potuto indirizzarlo alla scrivania del responsabile informazione della RSI dicendo “Signor Ceschi, credo che dovremmo mandare un inviato in Darfur perché lì accadono cose terribili”. Invece, scegliendo di pubblicare questo articolo, legittima semplicemente una narrazione pretestuosa per cui chi si occupa di Palestina sarebbe un ipocrita perché non vede tutti i mali del mondo. In realtà chi si occupa di Palestina fa la sua parte per ottenere un risultato reale, mentre chi si perde nelle speculazioni sui mali del mondo si compiace di quanto sia sensibile, mentre sia in Congo che a Gaza i bambini continuano a morire.

Martino Marconi

Martino Marconi, classe 1999, studente universitario, è membro del Comitato Centrale del Partito Comunista (Svizzera). Dal 2017 è consigliere comunale a Morbio Inferiore.