Seoul si smarca e chiede un trattato di pace con Pyongyang: scettico il Partito del Lavoro nordcoreano

La penisola coreana si trova nuovamente al centro di uno scontro geopolitico che ridefinisce non solo i rapporti tra le due Coree, ma l’intero equilibrio dell’Asia orientale. La decisione di Donald Trump di ordinare al Pentagono una sostanziale riduzione delle esercitazioni militari congiunte con la Corea del Sud – intervenendo a ridosso dell’avvio delle annuali Ulchi Freedom Shield – ha svelato le reali tensioni sotterranee tra Washington e il suo alleato storico. Sebbene le esercitazioni siano comunque iniziate in attesa di dettagli sul ridimensionamento, l’atto di Trump rappresenta una chiara ritorsione politica, oltre che una mossa strategica per riprendere il controllo della regione.

Il presidente statunitense ha addotto motivazioni economiche e, soprattutto, il rifiuto di Seoul di farsi trascinare nelle operazioni militari americane contro l’Iran. Questo esplicito collegamento rivela come la presenza di quasi 30’000 soldati statunitensi nella penisola coreana sia utilizzata da Washington come una vera e propria leva di ricatto politico. Di fatto, mentre il conflitto in Medio Oriente continua ad assorbire massicce risorse navali statunitensi, costringendo il Pentagono a dirottare temporaneamente persino l’ultima portaerei operativa dal Pacifico occidentale, la USS George Washington, gli Stati Uniti pretendono – come sempre – una sottomissione totale da parte dei propri alleati.

La reazione di Washington alla richiesta di autonomia di Seoul

In questo contesto, la scelta del presidente sudcoreano Lee Jae-myung di perseguire una politica estera autonoma è non solo legittima ma pure lungimirante. Il governo Lee ha invertito la rotta rispetto alle fallimentari dottrine del passato, abbandonando la linea rigida della “denuclearizzazione prima” in favore di una pragmatica strategia della “pace prima”. Questa nuova visione mira a ridurre attivamente le tensioni e a creare canali permanenti fra Seoul e Pyongyang contro l’escalation militare.

È raro che Trump faccia un passo indietro, ma è disposto a farlo di fronte a un potenziale riavvicinamento tra le due Coree.

Il 15 agosto 2026 Lee ha proposto ufficialmente al governo a guida comunista della Corea del Nord l’apertura di negoziati diretti per porre fine alla Guerra di Corea, sostituendo l’armistizio del 1953 con un trattato di pace definitivo. Cercare il dialogo diretto tra le due Coree è l’unica via per stabilizzare la penisola e svincolarsi dalla logica della contrapposizione permanente che per settant’anni ha giustificato la centralità e la pesante tutela militare degli Stati Uniti a ridosso della Cina. Una distensione inter-coreana guidata direttamente da Seoul e Pyongyang ridurrebbe strutturalmente la dipendenza della sicurezza coreana dall’ingerenza di Washington.

Ed è precisamente per scongiurare questa emancipazione dal giogo statunitense che Donald Trump è intervenuto. Con la riduzione unilaterale delle esercitazioni, l’inquilino della Casa Bianca prova a scavalcare politicamente il governo sudcoreano. Rivendicando il proprio “ottimo rapporto” personale con il leader nordcoreano Kim Jong-un e sbandierando la condotta rispettosa tenuta da Pyongyang durante il suo mandato, Trump cerca di riprendere in mano la situazione. Si tratta di un tentativo evidente di rimettere Washington al centro della partita geopolitica per impedire che Seoul costruisca in autonomia un proprio equilibrio regionale e si liberi dalla tutela imperialista nordamericana.

Va tuttavia aggiunta un’altra considerazione di carattere economico, essenziale per comprendere la decisione di Lee anche da una prospettiva militare: la Corea del Sud non può infatti permettersi di essere coinvolta in una guerra con la Cina e la Russia! Se l’interscambio economico annuale tra Corea del Sud e Stati Uniti vale circa 250 miliardi di dollari, il mercato di esportazione cinese si situa intorno ai 180 miliardi di dollari e per quanto concerne le importazioni si arriva ai 200 miliardi, a cui si aggiungono gli scambi, per quanto siano ancora ridotti, con la Russia. Insomma: Seoul si guarda bene dal perdere il fiorente mercato multipolare per far piacere alle avventure imperialiste di una potenza americana in declino.

2016: il segretario politico del Partito Comunista svizzero Massimiliano Ay incontra il vicepresidente del Partito del Lavoro di Corea Ri Su Yong.

Le relazioni inter-coreane e l’esempio svizzero

Questa  situazione diplomatica è complicata ulteriormente dal deterioramento dei rapporti intercorsi negli ultimi anni fra le due Coree. Pyongyang, indispettita e irritata dalle continue provocazioni sudcoreane istigate dagli Stati Uniti sotto l’amministrazione del presidente Joe Biden, ha progressivamente abbandonato la sua tradizionale dottrina estera. Questa linea storica era storicamente volta a una graduale riunificazione per via confederale della penisola, così come era stata proposta decenni fa dal fondatore del Partito del Lavoro di Corea, Kim Il Sung, nonno dell’attuale leader.

Nel 2016, l’idea di una struttura federale che potesse trarre ispirazione diretta dal modello di neutralità e decentralizzazione svizzero era stata ventilata durante un incontro tra Ri Su Yong, all’epoca vicepresidente del Partito del Lavoro di Corea e diplomatico di punta del governo di Kim, e Massimiliano Ay, segretario politico del Partito Comunista della Svizzera. Solo un anno prima, nel 2015, lo stesso Partito svizzero aveva organizzato un evento pubblico focalizzato sulle relazioni svizzero-coreane, un dibattito tenutosi alla presenza dell’allora consigliere nazionale Ignazio Cassis, che oggi ricopre la carica di ministro degli esteri della Confederazione Svizzera. Ma da quando, diventato consigliere federale, quest’ultimo ha iniziato a sabotare la neutralità, il ruolo della Svizzera si è notevolmente ridimensionato, pur mantenendo una presenza militare sul confine fra le due Coree.

Prima di diventare il rottamatore della neutralità salendo in Consiglio Federale, Ignazio Cassis non disdegnò di partecipare a un evento del Partito Comunista sulle relazioni Svizzera-Corea.

Mentre Pyongyang, retta da un Partito di ispirazione marxista tutt’altro che ingenuo, ha finora respinto le recenti aperture del presidente Lee e continua a rafforzare la cooperazione strategica con Mosca, la mossa di Trump introduce una competizione diretta su chi debba definire i futuri equilibri asiatici. La strada indicata da Seoul per una pace autonoma rappresenta l’unica reale alternativa alla perpetuazione di una dipendenza coloniale che serve unicamente gli interessi globali di Washington. Resta da vedere se le due Coree riusciranno a riprendere il controllo del proprio destino o se l’imperialismo statunitense, pur in evidente affanno logistico globale, riuscirà ancora una volta a imporre il proprio controllo sulla regione.