L’ex-premier cinese Zhu Rongji è morto: fu uno degli artefici delle riforme economiche che resero la Cina la potenza che è oggi. Nato nell’ottobre 1928 a Changsha, nella provincia di Hunan, nella Cina centrale, Zhu Rongji dal 1947 al 1951 studiò presso la Facoltà di Ingegneria elettrica dell’Università Tsinghua ed entrò nel Partito Comunista Cinese (PCC) nell’ottobre 1949, l’anno in cui Mao Zedong proclamò il trionfo della Rivoluzione e la nascita della Repubblica Popolare Cinese.
Politicamente emerse davvero solo nel 1989 quando, da sindaco di Shanghai, assieme al futuro Segretario generale del PCC Jang Zemin, riuscì a risolvere una crisi che si potrebbe qualificare come il corrispettivo regionale della rivolta di Tien-an-men: lo fece con il dialogo ma anche mobilitando ampi settori di lavoratori fedeli al socialismo, isolando così coloro che spingevano per buttarsi nelle mani dell’Occidente liberale. Riuscì in questo modo a placare le proteste e ad evitare l’invio dell’esercito da Pechino, il che gli valse quel prestigio che lo portò ai vertici del Partito Comunista e dello Stato.

Un enorme piano sociale che pose fine ai “carrozzoni statali”
Già quando era a Shanghai sollecitò il governo municipale a riorganizzare la struttura industriale e sviluppare nuove forze propulsive per la crescita economica, rafforzando la competitività internazionale e perseguendo un percorso di sviluppo orientato alle esportazioni. Da Vice-premier e poi da Primo Ministro, Zhu Rongji promosse quindi quelle riforme di mercato che riuscirono successivamente a favorire l’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Ad esempio, fu lui a centralizzare le entrate fiscali a Pechino, riducendo il potere finanziario dei governi locali.
Il suo nome è però legato al coraggio politico, in un sistema socialista, di ammettere che alcuni “carrozzoni statali” erano solo fonte di stagnazione e di clientelismo, optando così per lo smantellamento di quelle aziende pubbliche ormai improduttive. Una decisione controversa che provocò milioni di licenziamenti di lavoratori del settore pubblico.
In Cina non c’è nessuna bidonville, la casa è di proprietà dei lavoratori
Eppure in Cina queste drastiche misure economiche non produssero né bidonville, né si ebbero forme di instabilità politica o di rivolte sociali. Il motivo è presto detto: i lavoratori pubblici che perdevano l’impiego, oltre al sussidio di disoccupazione, seppur oggettivamente troppo basso, ricevettero dallo Stato in proprietà la casa in cui abitavano: milioni di cittadini si ritrovarono così proprietari di un valore immobiliare che corrispondeva a quasi 15 anni di stipendio.
Una forma di ridistribuzione socialista della ricchezza sicuramente sui generis, ma che ancora oggi rende la Cina uno dei paesi al mondo con la più alta quota di famiglie che abitano in un’abitazione di loro proprietà. Una rilevazione del 2019 della People’s Bank of China indicava un 96% di proprietà dell’abitazione tra le famiglie urbane intervistate. A titolo di paragone, la situazione in Svizzera è praticamente l’opposto: solo circa il 36% delle case è abitata dai rispettivi proprietari, una delle quote più basse tra i Paesi europei.

Riforme economiche sì, ma solo con la partecipazione del sindacato
Zhu Rongji introdusse una serie di misure per ampliare l’apertura e incoraggiare le esportazioni, impedendo al contempo con fermezza la svalutazione della valuta nazionale cinese, il renminbi. Adottò inoltre misure per attrarre attivamente gli investimenti esteri e utilizzare meglio i mercati e le risorse sia nazionali sia internazionali, salvaguardando la stabilità di Hong Kong come centro finanziario internazionale. Ma la sua attenzione era sempre orientata al benessere della classe operaia, tanto da adottare un sistema di garanzia del livello minimo di sussistenza per i residenti urbani e per affrontare questioni sindacali quali gli arretrati salariali e il reinserimento professionale dei lavoratori senza occupazione.
