Una donna – subarashii (fantastico)!
Chi è Sanae Takaichi, la nuova presidente del partito di maggioranza in Giappone, cui è seguita l’elevazione a premier? “La prima donna primo ministro” nel paese del Sol Levante, hanno ripetuto in coro i titoli dei giornali. Sorprendentemente però molti articoli non si sono arrestati a quest’asserzione vuota e colorata per trarre le loro conclusioni sul caso. Anzi, ne hanno, un po’ superficialmente, messo in luce gli aspetti più concreti del suo programma politico, che è in piena continuità con l’agenda storica del suo partito, quello “liberal-democratico”; dunque, in sintesi, neoliberista, conservatrice e militarista (ci torneremo).
Certo, non ci si è comunque potuti esimere dal maldestro tentativo di presentare gli aspetti “controversi” di Takaichi con delle formulazioni sofistiche ed equidistanti. Molto teneramente un post della Radiotelevisione Svizzera ha provato a suggerire che, nonostante l’ethos conservatore, Takaichi “vorrebbe comunque sensibilizzare la politica ai problemi delle donne”, senza spiegare, di grazia, cosa questa frase imbecille voglia dire per una deputata della Destra storica e di sistema in Giappone (che, ci ricorda la Regione, è “fanalino di coda nella parità di genere”). Idem per il lavoro, per cui ci viene detto che Takaichi intende “tutelare la salute dei lavoratori”, nonostante sia la stessa persona ad aver dichiarato “abbandonerò l’idea di work-life balance e darò la priorità al lavoro, lavoro, e lavoro. E mi aspetto che lo facciano anche gli altri”. Quindi delle due l’una e credo (credo eh!) che l’erede politica (dichiarata) di Shinzo Abe ed ammiratrice di Margaret Thatcher penda più per la seconda.
Ma l’uscita più assurda (probabile futuro tema di laurea in neuropsichiatria) che ci teniamo ad esporre è la seguente, prelevata da La Regione, ma presente anche altrove con formulazioni leggermente diverse (come alla RSI): “tra i temi più controversi della sua carriera politica, le regolari visite al santuario Yasukuni […], un luogo visto all’estero come simbolo del passato militarista del Giappone. Ex batterista in una band heavy metal e motociclista ai tempi dell’università, oggi Takaichi si presenta come erede spirituale di Margaret Thatcher”. Lasciamo pure perdere il fatto che Yasukuni non è, come viene presentato, un luogo d’omaggio al militarismo giapponese solo per degl’innominati, misteriosi e maliziosi “altri” all’estero, visto che tale tempio è, fattualmente e oggettivamente, un luogo che tributa i caduti giapponesi durante la Seconda guerra mondiale (sapete, no, quella in cui l’Impero giapponese ha messo a ferro e fuoco l’Asia, persino due anni prima della data d’inizio in Europa!), inclusi numerosi criminali di guerra (come Nobusuke Kishi, nonno di Shinzo Abe), per le cui stragi il governo giapponese ancora rifiuta di scusarsi; fingiamo pure di sorvolare. Tutta la magia di questo passaggio, postmoderno e postpolitico, sta nel mettere l’uno vicino all’altro il peggior revisionismo storico con gli hobby di Takaichi; lo “stupro di Nanchino” e la “marcia della morte di Bataan” accanto agli Iron Maiden e le biker gangs: poesia! Lasceremo determinare agli esperti di Lettere giapponesi se si tratti del metro poetico del tanka o l’haiku. Va detto, la Regione cita alla lettera passaggi scritti da altre agenzie di stampa (Keystone, ats, ecc.), ma a noi di questo frega poco: è una scelta del giornale quella di copia-incollare un report altrui, il che ne implica, senza un commento della redazione, la condivisione dei contenuti.
Si dia però a Cesare quel che è di Cesare: sebbene l’ingenuo zelo che ha motivato questa carrellata finisca probabilmente per contraddire l’assunto iniziale secondo il quale la copertura mediatica non sia stata, tutto sommato, vergognosamente parziale, va comunque detto che gli aggettivi con cui viene spesso descritta Takaichi sono proprio “conservatrice” e “nazionalista” (a volte si sottolinea addirittura “non-femminista”: miracolo!). Se non altro però questa profusione di verosimiglianza (non osiamo dire verità) offre uno spunto di riflessione se la si paragona all’isterica campagna mediatica mobilitata un anno fa in favore di Kamala Harris. Harris, la quale finalmente non è poi figura così distante per idee ed agenda da qualcuno come Takaichi, specie se pensiamo al conservatorismo sociale, il neoliberismo economico e il delirio militarista (fu pubblicato un articolo in merito su Sinistra.ch). Cosa è cambiato? Tokyo non abbaglia, ordina o paga come Washington? Mistero della fede.
Le radici liberiste e conservatrici
L’elezione di Takaichi, purtroppo, non sembra aver spinto alcun giornale a chinarsi minimamente sulla storia del Partito Liberal-Democratico (PLD), prima ancora che del contesto postbellico giapponese, nonostante si parli di un’egemonia quasi ininterrotta dal 1955. Russia Unita nel suo paese la mantiene dal 1999 e si parla di dittatura fascista. Perché qui no? Crediamo invece valga la pena soffermarsi, pur succintamente, sulla storia politica del Giappone postbellico, perché è imprescindibile per provare ad inquadrare l’attualità.
Anzitutto, se proprio vogliamo mettere i punti sulle “i”, va detto che quelle stesse forze conservatrici e liberiste che formeranno il PLD, nato dall’unione del Partito Liberale e il Partito Democratico (nomen omen…) proprio nel 1955, sono al potere dal 1952, cioè dalla prima elezione generale tenuta nel paese, alla fine di una fase dell’occupazione statunitense. Non è un panorama troppo diverso da quello che avrà l’Italia della Democrazia Cristiana: una dittatura monopartitica retta al potere colla corruzione e la repressione politica. Se però l’Italia conoscerà una straordinaria vitalità del movimento operaio, in Giappone tira un’aria diversa: qui non c’è un movimento partigiano a moderare il conto della sconfitta e gli Stati Uniti sono implicati direttamente in un’occupazione militare che sarà persino più lunga di quella della Germania (1947-1948 vs 1952). Pur lasciando alla burocrazia locale le questioni d’ordine comune, è il Comando Supremo delle Forze Alleate (CSFA) a dettare legge. In una breve fase (1945-1946) una serie di misure volte a rafforzare i diritti civili e alcuni diritti sociali sono promulgate (anche per permettere alla casa imperiale di sopravvivere), tra cui la nuova costituzione pacifista giapponese.
Ma già dal 1947 gli Stati Uniti si rendono conto di un fatto elementare: per combattere il comunismo, tornato ad essere il nemico principale nello scacchiere internazionale, non servono alleati “democratici”, ma semplicemente forti. Questa constatazione, nell’aria già dalla fine del conflitto mondiale, assume concretezza in un dietrofront completo nella politica applicata fino a quel momento nei confronti delle ex potenze dell’Asse. Si tratta, in sostanza, della fine del programma delle “4 D”: deindustrializzazione, demilitarizzazione, decartellizzazione, denazificazione / democratizzazione. A livello pratico, questo si traduce in diversi modi in Giappone. Ad inizio 1947 il CSFA vieta lo sciopero generale indetto da sindacati ed organizzazioni operaie giapponesi e approva la creazione di un nucleo di polizia fortemente militarizzato. Nel corso del 1950 si fa poi tabula rasa: una purga governativa investe il settore pubblico e privato con licenziamenti mirati di sospetti comunisti e la chiusura dei giornali di Sinistra. È la versione nipponica della red scare (la “paura dei Rossi”) statunitense. Inoltre, la guerra di Corea, che vede gli Stati Uniti sostenere il dittatore militare e responsabile del terrore bianco Syngman Rhee, peggiora ulteriormente la situazione: il clima di guerra, l’impegno del Giappone (che diventa un centro logistico nevralgico) e anche alcune scelte d’azione dei comunisti giapponesi provocano ulteriori repressioni da parte delle autorità. Il movimento comunista ne esce azzoppato per i decenni successivi.
Il Giappone postbellico è anche noto per la sua straordinaria crescita economica: si parlerà di “miracolo”, toyotismo e fioriranno espressioni native per definire l’approccio imprenditoriale giapponese (come “kaizen”, letteralmente “miglioramento continuo” o “nihonjinron”, “essere giapponese” nella mentalità business, etc.). Il paese è ricco, sì, ma i giapponesi molto meno. Agli zaibatsu, ovvero gli enormi conglomerati economico-finanziari guidati da consorterie familiari storiche (come Mitsubishi, Mitsui, Nissan, etc.), veri e propri oligarchi politici ed economici, è permesso sopravvivere. Il liberismo e l’anticomunismo non faranno che rendere ancora più ricca la minuscola frangia di questi capitani d’industria. Anche in Corea del Sud nasceranno questi oligopoli (i “chaebol”), grazie ad una linea politico-economica molto simile a quella giapponese (ma con meno fronzoli sulla democrazia: fino a metà degli anni ’80 è una dittatura militare). Se è vero che il potere d’acquisto delle famiglie giapponesi nell’età postbellica conosce un certo sviluppo, ciò avviene al prezzo di una compressione dei diritti dei lavoratori (come degli orari di lavoro massacranti), la deregolamentazione del mercato (tra bolle speculative e gravi casi d’inquinamento) e un sistema scolastico e lavorativo ipercompetitivo e costoso (oggi è ancora peggio). Questo malessere si esprimerà, assumendo forme diverse, nel corso degli anni ’60, dalle mobilitazioni sindacali a quelle studentesche, fino a quelle più piccole (come le leghe cittadine locali contro i grandi inquinatori). Ma, a parte una brevissima fase nel 1993, il PLD rimarrà saldamente al timone.
Vecchie velleità nazionaliste e militariste
Il carattere “nazionalista” e militarista di Takaichi s’inserisce in una cornice storica che, come nel caso precedente, dimostra un esito tutto tranne che inedito, ma le cui tappe principali sono un po’ diverse. Nel 1951, poco prima che l’occupazione militare diretta abbia fine, Stati Uniti e Giappone firmano un accordo che ne formalizza una indiretta: i giapponesi permettono la permanenza e assumono parte dei costi delle basi statunitensi sul loro territorio in cambio della protezione militare degli Stati Uniti. E se è vero che questo ha permesso per molti anni al Giappone di limitare le spese nella difesa, è altrettanto vero (e piuttosto grave) che questo ne sancisce una totale dipendenza militare. L’unico caso peggiore è forse quello sudcoreano, dove, in caso di guerra, l’intero esercito nazionale passa sotto comando statunitense. Inoltre, Okinawa è restituita solo nel 1969 e, comunque, con ancora intere aree sotto controllo nordamericano. Una politica militare parzialmente autonoma comincia forse con Koizumi Junichiro ad inizio 2000, con un coinvolgimento diretto in Iraq (ma il foraggiamento economico dell’invasione statunitense è precedente), e registra un’impennata con l’incremento delle spese militari sotto Shinzo Abe, contrario (come Takaichi) alla costituzione pacifista. Sono però tutte istanze che coincidono con gl’obiettivi degli Stati Uniti. Oggi Takaichi parla addirittura di Taiwan come di una questione “esistenziale” per il Giappone (si è dimenticata che non è più di loro proprietà); Taiwan che, guarda caso, è proprio uno dei due “avamposti dell’imperialismo in Asia” (l’altro è “Israele”) di cui parlava Mao e che era stato a suo tempo il trampolino di lancio per l’invasione della Cina da parte del Sol Levante (un articolo del China Daily offre un approfondimento).
Il revanscismo nazionalista e il revisionismo storico sono ancora più vecchi. A livello di politica istituzionale, la prima visita a Yasukuni è di Yasuhiro Nakasone nel 1985; Koizumi Junichiro ne farà 6 e continueranno ancora con Abe e la stessa Takaichi (da premier ancora nessuna, ma da deputata parecchie). È invece dagli anni ’80 che i libri scolastici sono imbevuti di revisionismo storico, con la reintroduzione di quel nazionalismo che era stato espunto durante l’occupazione e l’edulcorazione dei crimini di guerra giapponesi; quegli stessi crimini, peraltro, che restano in molti casi ancora disconosciuti dal governo giapponese.
Daimyo a Tokyo per uno shogun a Washington
Takaichi risulterà, a questa disamina storica tutto sommato breve, meno una ventata rivoluzionaria e più una protrusione metastatica di un sistema politico incancrenito, modellato su delle élites economiche saldamente al potere. E per quanto ella, così come prima Shinzo Abe, si possa presentare come una fiera nazionalista e la figura giusta per guidare il Giappone alla gloria, resta una fondamentale contraddizione di fondo, che, di nuovo, non è stata rilevata dai nostri amati giornalai; cioè quella della spinta per una vera autonomia strategica e la condizione di protettorato statunitense. Una condizione che non è mai sfuggita al popolo giapponese e che ha sempre trovato intollerabile. Nel 1947 le masse dei lavoratori, di fronte al divieto dello sciopero generale, scandiscono slogan come “non siamo schiavi degli americani”. Sia gli accordi militari degli anni ’50 sia quelli degli anni ’60 provocano numerose proteste, assolutamente trasversali alle frange della popolazione, in tutto il paese. Ancora oggi la questione delle basi statunitensi è un tema molto caldo; e lo è sia per una questione di principio sia perché si tratta di un’occupazione particolarmente pervasiva, specialmente ad Okinawa, che ha una storia di stupri e molestie sessuali dal 1945, con casi ancora recenti (vedi anche qui) e raramente puniti (un report con diverse fonti qui, ma ne esistono diversi).
Nessuno si fa grandi illusioni sullo stato d’inferiorità del Giappone in questa cosiddetta “partnership”, anche perché gli Stati Uniti non si sono mai fatti problemi a scavalcare platealmente il loro “alleato” nelle questioni geopolitiche in Asia (come l’intesa Nixon – Mao) o persino peggio. Il “miracolo economico” giapponese, infatti, s’incrina verso la fine degli anni ’80 per una serie di ragioni domestiche, ma almeno due sono legate ad eventi centrali della politica internazionale. Uno è l’accordo dell’Hotel Plaza del 1985 e l’altro l’espansione del GATT tra fine anni ’80 ed inizio anni ’90. Il primo, un incontro del G5, organizza a tavolino un apprezzamento dello yen per permettere al dollaro di deprezzarsi e tornare in posizione di vantaggio come divisa internazionale; il secondo impone l’apertura (stavolta senza navi da guerra, come nel XIX secolo) delle aree ancora protette e sussidiate del mercato giapponese, ammettendo importazioni nell’agroalimentare nipponico e permettendo l’entrata del capitale nordamericano nel settore dei semiconduttori, così come la creazione di ulteriori tetti massimi all’esportazione di prodotti giapponesi sul mercato statunitense (per esempio per le automobili). “Ulteriori”, perché prima ancora, dal 1969 e per tutto il corso degli anni ’70, erano già stati stabiliti una serie di tetti massimi su altre esportazioni (come il tessile, l’acciaio e le televisioni); questo non è che un colpo di grazia. Se questi non sono trattati iniqui, dello stesso taglio che, disperatamente e pateticamente, gli Stati Uniti provano ad imporre oggi alla Repubblica Popolare di Cina, non so cosa siano. Tutto questo, inoltre, senza contare il grande contribuito economico giapponese alla Guerra del golfo e la partecipazione a qualsiasi iniziativa bellicista statunitense nell’Asia-Pacifico. Più che leader della propria nazione, Takaichi, così come i suoi predecessori, sembra un daimyo, un vassallo dello shogun (l’autocrate de facto del Giappone fino al 1868), che tuttavia, invece di essere a Tokyo, sta a Washington.
Per una Sinistra pacifista e patriottica
Perché la politica giapponese si piega agli Stati Uniti? Da un lato c’è la scelta miope e scellerata di un approccio conflittuale con la Cina, che fa coincidere gl’interessi strategici dello Stato giapponese con quelli dell’imperialismo nordamericano, senza il quale potrebbe coltivare ancora meno illusioni di dominazione. Dall’altro c’è la scelta compradora della borghesia nipponica, che all’indipendenza nazionale preferisce la preservazione del proprio capitale e potere, con la protezione degli Stati Uniti. Ne risulta una grottesca schizofrenia; perché mentre la Destra giapponese declama nei suoi discorsi nostalgici un grande e glorioso passato imperiale da reclamare, nella pratica si comporta come una patetica parodia dello stesso; perché, se non altro, quell’impero fu, sì, coloniale e sanguinario, ma piuttosto che sottostare agli ultimatum nordamericani preferì addirittura dichiarare guerra agli Stati Uniti e perseguire una propria politica estera indipendente. Oggi invece si stende il tappeto rosso agli occupanti, senza far nulla per modificare il proprio stato di subalternità. Lo stesso vale per Mussolini, che dichiarò guerra all’Unione Sovietica e gli Stati Uniti, mentre ora i suoi eredi postfascisti e “sovranisti” al potere battono i tacchi agl’ordini di Washington e “Tel Aviv” (Jaffa). Il massimo che i cosiddetti patrioti di estrema Destra riescono a concepire oggi come programma è l’odio dei musulmani, delle donne e di varie altre minoranze (etniche, sessuali, etc.). Bersagli facili insomma, gli ultimi, i “dannati della Terra”; mentre la contraddizione principale, come un’occupazione militare straniera sotto il proprio naso, è bellamente ignorata.
Ovviamente non stiamo rimpiangendo Hideki Tojo e Benito Mussolini: essi sono semplicemente un utile specchio per mostrare l’incoerenza (e la pateticità) dell’estrema Destra “nazionalista” di oggi; per mostrare come la Storia sia appunto arrivata al capitolo della “farsa” dopo la “tragedia”. È sufficiente porre Sanae Takaichi accanto ad una figura come quella di Yukio Mishima per accorgersi della differenza. Ma a personaggi simili si preferirebbe invece di gran lunga che la battaglia per l’indipendenza nazionale fosse portata avanti dalla Sinistra, cosa che generalmente non avviene, salvo qualche caso. Il Partito comunista giapponese difende per esempio la costituzione pacifista e vuole la fine dell’occupazione straniera. Ma fintantoché la Sinistra non adotterà una linea autenticamente antimperialista, patriottica e pacifista lascerà sempre nelle mani dell’opportunismo della Destra queste battaglie fondamentali. E la Storia insegna che non è saggio.
Per l’approfondimento storico:
– Gordon Andrew, A Modern History of Japan: From Tokugawa Times to the Present, New York – Oxford, Oxford University Press, 2003, 384 pag.
– Huffman James L., «A New Kind of Power (After 1945)», in: huffman James L., Japan in World History, New York – Oxford, Oxford University Press, 2010, pp. 109-128.
