//

Due strategie complementari a favore della Palestina e del multipolarismo

Due premesse

La prima premessa è che Cina e Arabia Saudita hanno firmato un numero enorme di accordi strategici (che vanno dal settore petrolchimico alle energie pulite, passando dall’informatica dei cloud e dell’intelligenza artificiale). Si tratta di un capolavoro diplomatico del Partito Comunista Cinese, che ha saputo se non scardinare perlomeno indebolire un’alleanza storica, che per certi versi appariva monolitica, fra la monarchia reazionaria saudita e gli Stati Uniti. Questo significa però anche che Mohammed Bin Salman dovrà contare di più a livello geopolitico rispetto a oggi.

La seconda premessa è un insegnamento del marxismo: finché c’è l’imperialismo, ci sarà la guerra! L’obiettivo della Cina è quello di evitare la terza guerra mondiale e quindi di tentare – in ogni modo e a tutti i costi – di smorzare qualsiasi focolaio di violenza. La Cina è infatti convinta che solo con lo sviluppo economico pacifico si potrà vincere la partita sull’imperialismo atlantico e aprire dunque le porte a un sistema multipolare, in cui viga un sistema di mutua cooperazione fra nazioni sovrane. Per arrivare a tale “comunità umana dal futuro condiviso”, Pechino potrebbe essere costretta ad accettare compromessi di ogni genere, sia per prendere tempo sia per evitare di finire coinvolta in conflitti che danneggerebbero la nuova via della seta, che resta il perno essenziale su cui verte l’intera politica internazionale di Pechino.

Un repentino cambio di narrazione: perché adesso è diventato lecito criticare Israele?

Nel settembre 2024 avevo scritto in un articolo che, se dal punto di vista tattico, Israele stava apparentemente vincendo, da quello strategico avrebbe perso. Le perdite militari ed economiche dell’entità sionista stanno infatti diventando insostenibili per uno sforzo bellico prolungato, ma in realtà stanno ribollendo anche le contraddizioni sociali all’interno della medesima società israeliana. E questo sia a destra (coloni, agenti del Mossad dimissionari, parenti degli ostaggi, ecc.) sia da sinistra (ragazzi che rifiutano il servizio militare, ufficiali dell’esercito israeliano che disertano per motivi di coscienza, proteste dei comunisti e dei movimenti arabi, ecc.), senza contare il numero record di cittadini israeliani che stanno abbandonando il paese. Inoltre a livello di immagine, il regime di Tel Aviv esce con lo ossa rotte nonostante abbia goduto per due anni della complicità indecente dei media mainstream, dei rettori (felloni) delle università europee e dei governi occidentali, che tuttavia si è improvvisamente rotta negli ultimi tempi. Una svolta – quella che abbiamo potuto constatare – repentina e coordinata, cioè l’esatto opposto di spontaneo e sincero! Che dietro a questo cambio di passo perlomeno sospetto non vi sia solo un tentativo di “pulirsi la coscienza” di qualche radical chic lo si può capire dal fatto che incalliti sionisti iniziano ora a trasformarsi in critici di Israele. Per chiunque abbia senso politico è ovvio che vi sia una regia, ed essa va ricercata ovviamente a livello internazionale.

Che il genocidio in corso in Palestina stesse diventando un fattore di destabilizzazione lo si poteva già notare da alcune incrinature: il governo spagnolo che riconosce la Palestina e che già mesi fa bloccava la cooperazione accademica con Israele è stato un primo segnale, ma è verosimile che inizieranno ad essercene altri, e di sempre maggiore portata. L’Alta rappresentante dell’UE Kaja Kallas, nota per essere sia sionista sia una indefessa guerrafondaia, aveva ad esempio dichiarato di voler revisionare l’accordo di associazione UE-Israele e lo scorso settembre persino l’altrettanto sionista e guerrafondaia Ursula von der Leyen ha ipotizzato delle restrizioni economiche nei confronti di Tel Aviv. Non dovremo quindi stupirci se anche l’ultra-sionista Donald Trump compirà mosse impreviste per far resuscitare il principio truffaldino dei “due popoli due Stati”, e non meravigliamoci delle televisioni mainstream che faranno trapelare qualche verità sui crimini sionisti: sarà infatti tutto funzionale a far cadere finalmente Benjamin Netanyahu (ormai indifendibile e imbarazzante) e sostituirlo con un sionista “buono” che i media stanno già cercando alacremente: bene se è laburista, ancora meglio se è donna, ma verosimilmente in assenza di tale figura potrebbero togliere dalla naftalina qualche criminale del passato per ridipingerlo come un …moderato. Durante l’estate hanno iniziato a puntare su Ehud Olmert: tanto l’operazione “Piombo fuso” del 2008 non la ricorda più nessun giornalista. Ora sembra però che la scelta si sposti su un altro nome. Il sostituto del genocida Netanyahu dovrà, come da copione, blaterare un po’ di pace e di diritti umani, e recitare la parte del sionista dialogante che apparentemente rispetta il ruolo dell’ONU.

Ecco perché la socialdemocrazia europeista (anche quella opportunista che opera in Svizzera) che è stata prima silente e poi ambigua, ora di colpo ha iniziato a promuovere fiaccolate e marce silenziose (quando invece bisognerebbe urlare!) e persino un’iniziativa popolare per riconoscere lo Stato di Palestina: la loro parola d’ordine è ora far credere all’opinione pubblica che il male non è il sionismo, ma solo Netanyahu (e la sua linea estremista). In questo modo potranno fare due cose: salvare il regime israeliano dall’implosione e ostacolare i movimenti partigiani palestinesi rianimando quella parte di società civile araba liberal e filo-occidentale ormai screditata. La nostra parola d’ordine di marxisti deve invece continuare ad essere l’opposto: il sionismo è un progetto neo-coloniale e finché esisterà porterà esclusivamente a massacri e guerre.

Se la Cina prenderà tempo, noi dovremo incalzare

La Cina (e il suo Partito Comunista) probabilmente seguirà invece tatticamente una linea diversa da quella di noi comunisti occidentali (e forse anche dei comunisti arabi) privi di responsabilità di governo. Questa eventuale differenza di metodo non va in alcun modo letta come un cedimento o peggio come un tradimento cinese della causa palestinese, bensì come una mossa politica intelligente e complementare alla nostra lotta! Per quanto, infatti, come affermato dal massimo rappresentante cinese all’ONU “la questione palestinese è al centro delle questioni mediorientali” e non è dunque un elemento insignificante nel percorso della nuova via della seta, è pur vero che il conflitto fra l’imperialismo e il multipolarismo si combatte a livello mondiale e non solo a Gaza: l’Ucraina, ad esempio, è in questo momento uno scenario di guerra potenzialmente molto più pericoloso per il mondo rispetto a Gaza, e Mosca ha dunque questa priorità. Pechino dal canto suo deve vincere la battaglia sui dazi di Trump, altrimenti l’intera strategia economica cinese sarebbe indebolita. Il Partito Comunista Cinese ci insegna insomma pragmaticamente che, per quanto doloroso, il mondo è più grande della sola Palestina!

Pur di fermare il genocidio (che da una lettura marxista rappresenta la contraddizione primaria del momento) e, appunto, pur di tentare di smorzare almeno per qualche anno il focolaio di guerra in Medio Oriente (che potrebbe coinvolgere sia partner cinesi come l’Iran e la Turchia, sia Cipro Sud per poi deflagrare in Asia), Pechino proverà tutte le strade, anche in modo spregiudicato e anche se ciò significa scendere a odiosi patti temporanei con l’imperialismo.

Non c’è da stupirsi quindi del fatto che il 17 novembre scorso sia Pechino sia Mosca si siano astenuti nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU, permettendo così che, di fatto, il (pessimo) piano di Donald Trump passasse. Il compagno Fu Cong, ambasciatore cinese all’ONU, pur sottolineando che tale risoluzione, posta in votazione in modo alquanto frettoloso, risultasse “carente sotto molti aspetti e profondamente preoccupante” soprattutto perché non sancisce che “Gaza appartiene al popolo palestinese e a nessun altro”, ha ribadito in modo esplicito che la priorità di Pechino resta, a tutti i costi, “un cessate il fuoco duraturo, alleviare il disastro umanitario e avviare la ricostruzione post-bellica per riaccendere la speranza di pace e sviluppo per la popolazione di Gaza”.

La Cina doveva tenere pure presente alcuni altri dati di fatto, su cui invece noi, partiti comunisti di opposizione e movimenti di solidarietà occidentali, non abbiamo per forza il dovere di osservare. Anzitutto la diplomazia impone di negoziare con tutti i governi effettivamente in carica, non solo con quelli che ci piacciono. In secondo luogo il piano Trump è stato approvato persino dall’Autorità Nazionale Palestinese (per quanto screditato possa ormai essere il presidente Mahmoud Abbas) e, pur con riluttanza, è stato accolto da quasi tutti gli altri paesi arabi e islamici, fra cui due fondamentali partner di Pechino (e di Mosca), come la Turchia e il Pakistan. In questo contesto – come giustamente spiega il collettivo britannico “Friends of Socialist China”, se la Cina si fosse messa di traverso ai suoi stessi alleati, esercitando il diritto di veto, “avrebbe solo indebolito la sua posizione nei confronti delle nazioni arabe e musulmane e, di conseguenza, rafforzato ulteriormente quella degli Stati Uniti. […] Inoltre, un veto cinese o russo in questa occasione non avrebbe dissuaso materialmente gli Stati Uniti o Israele dal procedere con i loro piani, avrebbe semplicemente rimosso anche il più elementare livello di supervisione, limitazione e responsabilità internazionale”.

Non dovremo stupirci nemmeno se un giorno si delineasse un accordo che coinvolga apertamente Pechino, Mosca, Washington e Riyad affinché Israele venga preservata (non toccando, purtroppo, quindi il suo odioso regime razzista) ma contenuta territorialmente e, nel contempo, si creasse uno Stato di Palestina (riconosciuto internazionalmente, anche da Trump, ma anch’esso ridotto territorialmente rispetto a quanto auspicato da Hamas e politicamente non laico), la cui indipendenza sarebbe però transitoriamente incompiuta poiché appaltata, ad esempio, all’Arabia Saudita (che a differenza dell’Iran avrebbe i soldi per ricostruirla). Uno scenario, questo, “comprensibile” dal punto di vista umanitario immediato perché perlomeno fermerebbe il genocidio; negativo se invece lo leggiamo in termini politici e ideologici.

In questo caso i comunisti e i movimenti di solidarietà alla Palestina dovrebbero quindi cogliere la “pausa” che potrebbe verificarsi nella pulizia etnica che il regime israeliano comunque cova e coverà sempre in sé, e continuare a intensificare la lotta anti-sionista fino alla tappa successiva, e cioè la definitiva liberazione nazionale della Palestina.

La priorità è disinnescare la furia sionista e scovarne gli infiltrati in Svizzera

Come ha detto Moni Ovadia, la soluzione “due popoli due Stati” è sempre stata solo una truffa con cui l’imperialismo è riuscito a ingannare il popolo palestinese. Non è quindi questo l’obiettivo dei comunisti: al contrario noi lottiamo per la liberazione della Palestina “dal fiume al mare” e non riconosciamo la legittimità dell’Entità sionista inventata dall’imperialismo nel 1948 e tollerata per qualche anno anche dai sovietici. Sappiamo però che è in corso non solo un genocidio odioso che occorre fermare subito, ma anche che il fanatico regime al potere a Tel Aviv è ormai privo di controllo e potrebbe quindi estendere la guerra, come già ha tentato di fare bombardando il Libano e l’Iran. Disinnescare la furia sionista è quindi il primo obiettivo e sembra che la Cina sia orientata a lavorare in questa direzione.

Ecco perché la nuova tappa di questa terribile lotta per noi, comunisti svizzeri, sarà squisitamente “nazionale”. Ce lo hanno spiegato chiaramente gli studenti che sono scesi in piazza a Bellinzona il 17 novembre scorso guidati dal Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) e dalla Gioventù Comunista: lo striscione d’apertura non recitava infatti un generico “Studenti e Apprendisti per la Palestina” ma un chiarissimo, netto e combattivo “Studenti e Apprendisti Anti-Sionisti”. Queste ragazze e questi ragazzi, poco più che adolescenti, ci hanno insegnato molto: la priorità adesso è infatti essere anti-sionisti come un tempo si era anti-fascisti. Il sionismo (che secondo lo storico Luciano Canfora è l’odierno nazismo) è la forma attualmente più violenta, aggressiva, irrazionale e razzista dell’atlantismo: dobbiamo rifiutare, denunciare e debellare il pericolo sionista nel nostro Paese! Il compito più rivoluzionario qui da noi per aiutare davvero la lotta partigiana in Palestina è smascherare i sionisti che hanno infiltrato l’Esercito svizzero, il servizio pubblico Radiotelevisivo, le università, i poli di ricerca, i licei, le aziende e persino i partiti (anche quelli di sinistra). I sionisti sono il principale freno non solo a ogni ipotesi socialista, ma anzitutto sono un ostacolo fortissimo a una Svizzera indipendente e neutrale rispetto alla NATO e all’UE.

Massimiliano Ay

Massimiliano Ay è segretario politico del Partito Comunista (Svizzera). Dal 2008 al 2017 e ancora dal 2021 è consigliere comunale di Bellinzona e dal 2015 è deputato al parlamento della Repubblica e Cantone Ticino.