Si è aperto oggi a Zurigo il Tibet Film Festival: lungi dall’essere un’attività culturale e artistica, siamo di fronte a un’operazione di softpower politico a favore del separatismo etnico contro l’integrità territoriale della Repubblica popolare cinese e dunque contro il principio di “una sola Cina” sancito dalle Nazioni Unite. Si tratta di un festival che prende origine dalle azioni violente del 2008 che vengono ovviamente dipinte e strumentalizzate come una ribellione del popolo tibetano contro l’autorità di Pechino: siamo in realtà di fronte a un tentativo di destabilizzazione per indebolire la Cina e il suo sistema socialista idealizzando il ruolo reazionario di quella parte di clero buddista manipolato dalla figura (politica ben più che spirituale) del Dalai Lama.
L’obiettivo è chiaro: denigrare la Cina e trasmettere un’immagine negativa dei diritti delle minoranze etniche e del rispetto dei diritti umani in un paese che non solo è un partner economico importante per la Svizzera, ma che rappresenta una garanzia di diplomazia e di stabilità in un contesto geopolitico sul crinale della guerra. Oltre a ciò è indubbio che la Cina e la sua modernizzazione suscita grande interesse da parte dei giovani svizzeri che viaggiano e spesso studiano nell’immenso paese asiatico che dimostra loro la possibilità di uno sviluppo diverso rispetto al liberismo e all’imperialismo.
Il “dividi et impera” è una modalità d’ingerenza utilizzata spesso dall’imperialismo atlantico: frantumarne l’unità della Cina, auspicare guerre civili etniche con gruppi terroristici appositamente addestrati e finanziare un’asfissiante propaganda unita a qualche messaggio religioso serve a alimentare i micro-nazionalismi e gli integralismi religiosi non solo in Tibet, ma anche nello Xingian: questa strategia l’abbiamo già vista applicata nella ex-URSS e nella ex-Jugoslavia e oggi torna d’attualità perché mentre il sistema liberale atlantico è in declino, la Cina rappresenta un punto di riferimento per le nazioni emergenti che vogliono emanciparsi e costruire il multipolarismo.
Per diminuire il prestigio internazionale che la Cina e il Partito Comunista Cinese si sono conquistati soprattutto negli ultimi anni, occorre attivare la macchina del fango. Il Tibet è l’arma preferita in questa strategia, poiché attraverso una narrazione emozionale si toccano proprio le corde di quei settori più sensibili della popolazione svizzera ed occidentale, in particolare quella più vicina ai temi spirituali, alla nonviolenza e alla ricerca dell’armonia e della pace e quindi tendenzialmente orientata a sinistra. Riuscire a confondere il popolo di sinistra allontanando dal socialismo e dal più importante paese socialista costituisce una vittoria strategica per i settori guerrafondai legati all’imperialismo atlantico.
In realtà bisogna smascherare il legame fra il separatismo tibetano e il buddismo. Al di là del legame di amicizia fra il Dalai Lama e Bruno Beger, ex-comandante delle SS naziste, il primo non è considerabile il pontefice dei buddisti. Il 6% della popolazione mondiale è buddista. Il Dalai Lama ne rappresenta in realtà una parte estremamente minoritaria, circa un sessantesimo: egli infatti non è riconosciuto dai buddisti zen giapponesi, dai buddisti thailandesi e dai buddisti cinesi. Nel Tibet stesso il Dalai Lama però ha un problema di rappresentatività: dei quattro riti presenti, lui appartiene unicamente a quelli dei cosiddetti “gelugpa”. Ecco quindi che questo santone non ha poi così tanti adepti religiosi, eppure ha una marea di seguaci politici. Stando a un documento desecretato della CIA dal 1959 al 1972 il Dalai Lama aveva ricevuto 180’000 dollari all’anno come stipendio. A questi si aggiunge la bella cifra di 1,7 milioni di dollari annui per mantenere in piedi la rete internazionale di solidarietà con il Tibet. Lo stesso montante è stato versato in passato dalla NED, un’organizzazione legata al Congresso USA atta a destabilizzare i paesi considerati avversari dell’egemonismo statunitense. Ma i soldi da soli non bastano alla causa: il fratello del leader separatista, Gyalo Thondrup, si occupò di addestrare in Arizona dei fanatici buddisti alla lotta armata di stampo terroristico. Di questi mercenari gli USA si servirono per organizzare rivolte anti-cinesi già negli anni ’50. Stando poi al Modern War Studies dell’Università del Cansas del 2002) il Dalai Lama chiedeva che gli USA invadessero il Tibet militarmente in funzione anti-comunista come avvenuto in Corea. Nulla insomma a che fare con la narrazione pacifista e nonviolenta che viene trasmessa dai film proiettati a Zurigo e destinati esclusivamente a creare astio sinofobico nell’opinione pubblica occidentale.
Quanto proiettato dal Tibet Film Festival dimentica di ammettere che i contadini tibetani hanno sostenuto l’Armata Rossa nel 1950, accogliendo con soddisfazione la ridistribuzione delle terre e l’abolizione della società feudale e schiavistica, che abolivano i privilegi della casta del Dalai Lama. Le riforme cinesi hanno portato all’innalzamento dell’età media della popolazione tibetana, alla costruzione di una rete viaria e di una rete educativa primaria e professionale in cui la lingua d’insegamento è proprio il tibetano. Quando la cinematografia viene usata per nascondere cosa era il Tibet prima della Rivoluzione siamo di fronte a un festival del falso che vuole fomentare il conflitto e non l’armonia e la cooperazione fra le nazioni.
