Il cinema dovrebbe essere un fenomeno artistico e culturale, in particolare le rassegne cinematografiche, eppure Giona Nazzaro, direttore artistico del Locarno Film Festival cita Elio Vittorini: “Troppo male offendere il mondo” e lamenta che i confini planetari effettivi e metaforici, non solo cinematografici, si stiano restringendo. Ma forse pure lui ha fatto e fa troppo poco perché il dialogo con i popoli della terra resti aperto: le cinematografie del Sud Globale e multipolare restano lontane anche da Locarno. Cina e Russia, Asia Centrale e Indocina, per non dire delle nazioni dell’Alleanza del Sahel anche qui, come a Venezia sono pesantemente e gravemente assenti. Se il Locarno Film Festival non si è ancora ridotto a un mesto e misero Cineforum dell’Occidente Collettivo al pari dell’augusto fratello lagunare, oramai auto-declassatosi a sponsor privilegiato e imbarazzante della peggior melassa atlantista e hollywoodiana, è perché l’antico anelito di Locarno, ovvero quello di un festival che ancora non si è messo nella condizione di dimenticare quanti e quali siano i continenti, opera affinché una parvenza di universalità nelle varie selezioni permanga: un filo tenue ed esile, sempre più impalpabile, ma fortunatamente non ancora recisosi.
Quando il cinema era ancora multiculturale
Pensare che nel 1932, alla prima Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, nonostante il contesto fascista, ovvero palesemente mono-culturale e mono-indirizzato, evitando un tipico atteggiamento da propaganda di guerra quale quello attualmente vigente in tutti i festival occidentali, era arrivato in concorso “Il cammino verso la vita”, in russo “Путёвка в жизнь”. Primo film sonoro sovietico, era stato realizzato nel 1931 da Nikolaj Ekk, peraltro alla sua opera prima. Riuscì addirittura ad ottenere il premio del pubblico come miglior regista: grazie alle qualità artistiche ed espressive proposte, fu capace di raccontare, nell’Ucraina devastata dalla guerra civile del 1923, come i “besprizornye”, ovvero i ragazzi di strada, , ispirandosi all’opera del pedagogista ed educatore sovietico Anton Makarenko, venissero redenti e avviati a produttivi lavori manuali. Il regista peraltro aveva passato lungo tempo presso il centro di riabilitazione “Bolšcevo” creato dalla GPU, ovvero la polizia politica antesignana del KGB, diretto presso Mosca da Matvej Pogrebinskij e luogo di selezione dei ragazzi che avrebbero interpretato il film, tutti giovanissimi attori non professionisti. A realizzare il film fu lo studio cinematografico sovietico Mežrabpomfilm, produttore anche di “Tempeste sull’Asia” del 1928 (in russo “Потомок Чингис-Хана”, ovvero “Discendenti di Cinghis Khan”) diretto da Vsevolod Pudovkin. I film sovietici erano all’epoca di Weimar distribuiti in Germania dalla Prometheus Film, casa di produzione ed espressione diretta del Partito Comunista Tedesco. Celebri le loro proiezioni de “La corazzata Potëmkin” nel 1925 e “Ottobre” nel 1927 di Sergej Ejzenstejn. Proprio la Prometheus Film realizzerà nel 1932 il capolavoro del comunista Slatan Dudow, con aiuto regista il compagno di Partito Bertolt Brecht, “Kuhle Wampe, ovvero: chi possiede il mondo?”, stupenda narrazione della gioventù comunista berlinese intenta a provare a resistere all’avanzata del nazifascismo.
La tragedia del Punjab in un film autentico
Ogni terra, in tempi diversi, può essere luogo d’incontro, come di scontro. Nel lungo tempo, il nostro medioevo, in cui il persiano è stata la lingua franca di una larga porzione dell’Asia, dal Medioriente all’Indocina, il Punjab, in una fortunata consonanza tra sanscrito e persiano, ha tratto il suo nome dall’essere “la terra dei cinque fiumi”: Beas, Ravi, Sutlej, Chenab e Jhelum, oggi corsi d’acqua modesti e contesi, terra contenuta tra i più poderosi flussi dell’Indo e dello Yamuna. Antichissima patria degli ariani, è la terra di Krishna, delle epiche battaglie narrate nel Mahabharata, del tentativo di Alessandro Magno, frenato dai suoi stessi soldati, di giungere ai confini del mondo, degli imperi moghul di Akbar e di suo figlio Jahangir, i più potenti sovrani indiani di tutti i tempi, contemporanei di Elisabetta I d’Inghilterra, di loro molto inferiore per ricchezze e grandezza, i moghul soprattutto erano musulmani, fatto che irrita non poco l’attuale primo ministro indiano Nerendra Modi, notorio integralista induista che onora l’assassino del Mahatma Gandhi e non il fondatore della moderna India anti-colonialista.
È negli anni di Akbar e Jahangir che il Guru Nanak, promotore della fede sikh, attraversa il Punjab predicando la fraternità umana e l’unicità del divino.
Nel Punjab, spartito violentemente nel 1947, i punjabi musulmani prendono la via del Pakistan, di cui oggi fanno parte, mentre quelli di religione sikh si stabiliscono principalmente in India, anche se il moderno confine separa la stessa terra martellata dall’inclemenza del cielo, capace di regalare lunghi mesi di aridi soli, generose piogge monsoniche e rigidi inverni. Peraltro, i sikh per lungo tempo sono stati pesantemente manovrati nelle loro pur legittime richieste culturali, religiose e linguistiche dagli statunitensi, interessati a promuovere, nell’India degli anni ‘70 e ‘80 del Novecento, il loro separatismo etnico contro il governo di Delhi, in quel tempo prossimo al campo sovietico. Proprio i sikh organizzano nel 1984 l’assassinio della prima ministra Indira Gandhi, la donna che maggiormente ha legato, nella seconda metà del XX secolo in collaborazione con Leonid Brežnev, i destini indiani a Mosca.
Il film inizia in una città indiana di oggi, in cui una giovane donna, interpretata da Diya Kamboj, dà rifugio e si prende cura di un uomo ferito, un sikh, forse non estraneo alla morte del fratello della ragazza stessa e destinato a chiudere drammaticamente la sua vita. Nel lontano paese natale di quest’uomo, gli anziani genitori, il padre è interpretato dal poeta punjabi Jaswant Zafar al suo debutto cinematografico, la moglie e i figli lo piangono. Dentro questo dolore, narrato con la delicata poeticità di una attenta sceneggiatura e accompagnato da una fotografia profondamente toccante, ecco che giunge un altro anziano, Rashid Ali, interpretato dal grande attore hindi Naseeruddin Shah, alla ricerca dei luoghi in cui è nato e vissuto nei primi due anni di vita, prima che i suoi genitori nel 1947 scegliessero l’Inghilterra, e non il Pakistan, per il loro futuro.
Ci si immerge così nella memoria personale di un uomo capace di trasformarsi in collettivo, entrando in contatto con un popolo, con due religioni, con una convivenza venuta meno più per l’incedere impetuoso della storia che per la volontà dei punjabi stessi.
Il regista indiano Gurvinder Singh in “Rehmat”, peraltro nome del padre di Ali Rashid, termine comune al persiano, all’urdu e al punjabi, traducibile con “clemente” o “compassionevole”, in perfetta assonanza con la nota benedizione arabo – islamica, racconta dunque con riuscita maestria una pagina di storia poco nota in Occidente, riuscendo nel pregevole risultato di comporre un colorato e splendido film corale.
Ancora una volta, uno sguardo parziale su Serebrenica
Nel silenzio complice di un’Europa in cui la guerra tornava dopo meno di mezzo secolo dalla fine del secondo conflitto mondiale, anzi con la connivente complicità del vaticano wojtyliano e della Germania riunificata di Helmut Kohl, le due potenze che riconoscendo l’indipendenza di Slovenia e Croazia hanno dato vita allo scatenamento del conflitto nel 1991 – 92, con la generosità criminale del cancelliere tedesco che regala l’arsenale della DDR ai croati per incoraggiarli ad ammazzare quanti più serbi possibile, ecco che i musulmani bosniaci si sono ritrovati in mezzo a un conflitto in cui hanno saputo rispondere solo quando Washington ha mobilitato le peggiori milizie sunnite, addestrate e utilizzate dalla Casa Bianca lungo tutto il decennio precedente in Afghanistan, in Algeria, in Cecenia.
Tutto questo occorre ricordare per capire il documentario “Nessuno vi farà del male”, del regista svizzero Dino Hodic, fuggito bambino con la sua famiglia tra le montagne elvetiche, prima che a Srebrenica nel luglio 1995 si dipanasse una delle pagine più tragiche di quel conflitto, di cui il regista cerca di riannodare i fili, comunque impossibili da ricomporre, come le vite perse e spezzate, soprattutto mancando di ricordare come quella tragedia sia stata preceduta dalla devastazione di villaggi serbi, in cui la popolazione è stata sterminata da milizie bosniaco-islamiche che non conoscevano neppure la lingua della precedente comune patria jugoslava.
Allucinazioni transfemministe in una delirante pellicola sull’Ucraina
“Raramente mi sveglio sognando” della regista bavarese Isabelle Stever è un esempio sesquipedale di propaganda con finalità di guerra. Dovendo spiegare ai giovani tedeschi e più in generale europei perché dovrebbero andare a farsi ammazzare per gli interessi della NATO a sostegno del governo fascio – banderista ucraino, ecco che l’autrice escogita una trovata a suo modo geniale: non Rutte, non i cannoni insanguinati di Washington, non i cessi d’oro degli stupefacenti, in tutti i sensi, politici di Kiev, i giovani europei e teutonici dovrebbero diventare carne da macello per difendere i diritti genderisti della gioventù ucraina. Ovviamente è più di una forzatura: è un’invenzione ideologica assoluta, volta a trovare una giustificazione attingendo ad uno dei due temi inculcati a forza nella testa della gioventù occidentale negli ultimi anni. L’altro tema, quello ambientale, è abbastanza imbarazzante, se si considera che le guerre inquinano più di tutta la CO2 civile prodotta in un anno dall’intero globo terracqueo.
La pellicola ha una sceneggiatura mediocre al limite del ridicolo, i russi son sempre cattivi, gli occidentali e la NATO non si vedono e non si nominano, pare dunque non supportino Kiev. Ovviamente i combattenti sono “patrioti” e non nazi-banderisti, si parla di continuo di Buča, ma solo per fomentare le strumentalizzazioni inventate dagli ucraini. Le due fidanzatine vivono una totale confusione di genere, però sono vegetariane e animaliste, tanto per assecondare un altro paio di mode che fanno molto “occidental lovely”. Una delle due ha lasciato un uomo, per confermare un altro pregiudizio liberal, quello contro il patriarcato, però si unisce a una donna che sta diventando un uomo, anche se, dato fondamentale, ha rinunciato agli attributi sessuali maschili, mantenendo quelli femminili e, prima di partire per il fronte a compiere il suo maschio dovere, preferisce dedicare il tempo a tatuarsi il tridente ucraino, al pari del noto politico italiano Calenda che se lo è messo sul polso.
Tuttavia la regista era così poco convinta di lavorare con due attrici che ha pensato bene di affidare a un pelossisimo e barbuto attore la parte della donna in transizione, immaginiamo con vivo scorno della comunità genderista.
Nella pellicola ovviamente ci si dimentica come sia stata l’Alleanza Atlantica a volere a tutti i costi il conflitto, disattendendo gli accordi di Minsk, riarmando senza tregua l’Ucraina e uccidendo quotidianamente le donne e gli uomini del Donbass dal 2014 al 2022. Anzi, proprio sul Donbass si racconta un’altra colossale menzogna, indicando nei russi coloro che colpivano i civili, quando è risaputo che per otto anni sia stata Kiev a uccidere i suoi stessi concittadini, colpevoli di parlare la lingua russa.
Jean Olanyszin, noto intellettuale e critico d’arte svizzero, il 1° agosto, festa nazionale rossocrociata, ha segnalato come la bandiera elvetica sia stata vandalizzata in arcobaleno dai socialisti ticinesi, forse, a suo dire: “come benvenuto al film (fogna) della regista Isabelle Stever”.
Immagine di copertina di Kalai Ramu – Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=197227311
