Il film nel mondo e a Friburgo
Il Festival International du Film de Fribourg apre i propri sipari con la proiezione del film libanese A Sad and Beautiful World. La pellicola era già uscita in prima mondiale alle Giornate degli Autori a Venezia (2025), dove fu selezionata per il premio del pubblico, e ha rappresentato il Libano agli Oscars 2026. Per il lungometraggio questa è la sua prima svizzera. È stato presentato dal regista stesso, Cyril Aris, e l’attrice principale, Mounia Akl, dinanzi ad una sala gremita. Credo che nessuno, dopo aver preso posto ed aver ascoltato la presentazione introduttiva, si attendesse, anche solo lontanamente, di poter testimoniare di una tale bellezza su pellicola; di una così straordinaria, impetuosa, e purtuttavia delicata, a volte quasi timida, espressione d’amore, nella sua forma più primordiale: l’amore della vita. Sia chiaro, non l’amore per la vita in quanto tale; ma l’amore per la vita che può essere vissuta, nonostante la vita. Urge tuttavia fare un passo indietro.
I nostri eroi
Il film è ambientato nel Libano contemporaneo. La regia ci catapulta nella vita di due personaggi meravigliosi, ognuno con le proprie contraddizioni. Uno di questi è Nino, che gestisce il ristorante di famiglia. Solare, instancabile, sempre con la battuta pronta, l’entusiasta gastronomo appare a prima vista come l’opposto di Yasmina, l’altra protagonista. Introdotta su scena in vesti da ufficio e in perenne simbiosi col proprio telefono, lavora come consulente per un progetto del governo libanese (si menziona un “Vision Lebanon 2026”). Seria, concreta, apparentemente imperturbabile e stacanovista al punto da dover assumere psicofarmaci (ma probabilmente sono legati anche ai suoi traumi infantili), la sua vita non sembra lasciare spazio a nulla che non sia il proprio impiego.
I due personaggi s’incontrano a seguito d’un incidente d’auto dai tratti grotteschi, degni d’una qualsiasi commedia romantica. (Il film è descritto come “romantic comedy-drama” e mi pare che esprima coerentemente i tratti solo apparentemente contradditori dei due generi). Dopo diversi e tira e molla, tra occhiatacce e battute, a proposito delle spese di riparazione, l’intera famiglia di Yasmina è invitata al ristorante di Nino come primo gesto di riconciliazione. Il caos comico che ne segue fa da sfondo ad una doppia rivelazione molto tenera: Nino riconosce Yasmina, cogliendo i suoi tre nei caratteristici sul collo; viceversa, Yasmina riconosce Nino attraverso la foto dei genitori di lui, appesa s’un muro del locale.
L’Isola
Nino e Yasmina sono in effetti vecchi compagni di scuola e amici d’infanzia. Irrequieti e dispettosi, da bambini scoprono un acerbo affetto l’uno per l’altra durante una delle loro uscite dopo la scuola, in un prato con dei vagoni abbandonati. Ivi sognano: il treno parte, decolla per le stelle e raggiunge l’Isola. L’Isola, un luogo immaginifico portentoso, dove Nino può raggiungere i suoi genitori, uccisi da un proiettile che provoca un mortale incidente d’auto (presumibilmente durante la guerra civile o l’invasione israeliana); dove Yasmina può fuggire dai furiosi litigi che straziano la sua famiglia; dove entrambi possono essere felici e sicuri, giacché “non ci sono spari, non c’è la guerra, non ci sono missili”; dove Beirut e il Libano possono sognare di “rinascere dalle proprie ceneri”.
Ora, incredibilmente, Nino e Yasmina sono di nuovo insieme. L’incontro fortuito e quelli seguenti, costellati d’imprevisti e gaffes di vario genere, non solo ricordano un’oasi del passato loro cara, ma soffiano, un sospiro, uno sguardo fuggevole alla volta, sulle timide braci dell’amore. Un amore che, lo vedremo, è ben lungi dalla mera passione: è l’amore “del tuo sorriso, dei tuoi capelli, dei tuoi interventi in classe”; “del tuo profilo, del tuo sguardo silenzioso”. E l’amore si sprigiona in un bacio rubato sotto un cavalcavia, fra le tenebre: lì, di nuovo, il treno decolla, parte da Beirut, raggiunge l’Isola. Eppure tutto sembra durare così poco, perché Yasmina deve partire per la Germania e lei non sembra voler cambiare i propri piani, nonostante tutto. Segue, dopo l’addio a Nino, una delle scene più belle del film, quando il nostro eroe, depresso e abbattuto, esce dal retro del ristorante, cercando disperatamente di farsi una ragione della partenza della propria amata. Ma i piatti gli cadono di mano, s’infrangono sul pavimento, perché lei è lì ad aspettarlo, silenziosa e le braccia conserte. Poi lei si anima: lo insulta, lo maledice, lo insegue per le scale, fino a che entrambi non scoppiano a ridere, sedendosi sui gradini e abbracciandosi. Di scene così dolci e delicate, così intimamente genuine, credo ve ne siano poche. Sono cose da castellinaria, da grande letteratura.
La lotta esistenziale del Libano
Così Nino e Yasmina cominciano la loro vita di coppia e, dopo una serie di tentennamenti e discussioni a cuore aperto, danno alla luce una bambina, vispa e intelligente, Amal. Nino realizza il suo sogno di (ri)costruire una famiglia propria e Yasmina supera il terrore di riprodurre, seguendo questa strada, il fato dei suoi genitori, perennemente in lite ed infine divorziati. E focalizzandosi solo su questo, ci si potrebbe illudere che nulla potrebbe essere più perfetto per i nostri eroi. Ma siamo in Libano. Un paese stupendo nel suo paesaggio, nella sua arte e, non da ultimo, nelle sue genti; ma ciclicamente salassato dal sionismo armato, che sogna il miraggio colonialista del “Grande Israele”. A ciò si aggiunge l’instabilità politica e la crisi economica, inevitabilmente legate anche all’interferenza imperialista di Stati Uniti e “Israele”. Tutto ciò rende la vita dei libanesi un inferno, un eterno orizzonte di sabbie mobili. Ed è proprio questo, il martirio del Libano, a creare continuamente tensioni tra Nino e Yasmina. Anche sulla base delle risposte date da Aris e Akl alla fine della visione, è chiaro che emergono due posizioni distinte: Nino desidera restare, costi quel che costi, mentre Yasmina, disillusa, esausta, vuole partire e costruirsi un futuro in un luogo che offra un minimo di stabilità (la partenza annullata per la Germania andava in questo senso).
Uno specchio per i libanesi?
Yasmina è stata descritta dal regista e l’attrice come la “pessimista”, mentre Nino come l’“ottimista”. I termini però non mi paiono del tutto adatti, nella misura in cui in entrambi si sottintende spesso una certa dose d’irrazionalità, di pura e semplice speculazione, declinata positivamente o negativamente appunto. Mi sembra però che non vi sia nulla d’irrazionale né nell’una né nell’altro. Yasmina tira le somme in modo analitico e pragmatico. In una delle sue lettere mai spedite, afferma di odiare il proprio paese per varie ragioni; ma la frase più pregnante è quella in cui afferma che il suo disprezzo deriva dal fatto che “le nostre battaglie sono le stesse dei nostri genitori”. Il Libano è paralizzato, eternamente fragilizzato, da una cosa e una cosa soltanto: l’imperialismo. Ed è proprio quest’ultima cosa che, semmai, Yasmina odia per davvero; perché se in assenza di questo è improbabile che il Libano si trasformi di punto in bianco in un’utopia socialista, quantomeno il suo popolo avrebbe il margine di manovra per smuovere gl’ingranaggi sociali del proprio paese senza temere i ciclici sconquassi dei bombardamenti e le invasioni. Nino, pur volendo rimanere, non è meno sensato di lei: non voler lasciare il Libano non è cieco ottimismo o ingenuità, ma un atto di resistenza nella sua forma più semplice e pura: resistere esistendo. Ne abbiamo già testimoniato a Gaza, dove il coraggioso popolo palestinese ha preferito tornare sulle macerie delle proprie case, piuttosto che obbedire alle ingiunzioni sanguinarie dell’esercito sionista.
Questa nostra analisi fa di Nino un eroe senza macchia e senza paura e invece di Yasmina una povera vigliacca, un’egoista, una traditrice? Evidentemente no: chi siamo noi per giudicare? Le bombe non cadono certo sulle nostre di case. La sintesi è in realtà un po’ più complessa, perché proprio uniti, Nino e Yasmina, ricostruiscono in qualche modo l’anima libanese; sono cioè quel pendolo che oscilla tra il resistere fieramente sulla propria terra e il desiderio di poter semplicemente esistere in pace altrove, senza la spada di Damocle del sionismo genocida sopra i propri capi. Questa è la tesi dei due artisti e, a detta loro, proprio tale veridicità ha permesso al film di essere ben accolto in patria. Condividiamo questo avviso.
Ti aspetterò sul treno
E così il film si avvia nella sua parte finale. La situazione economica libanese peggiora notevolmente: Yasmina viene notificata che l’ufficio in cui lavora sarà chiuso e il ristorante di Nino è in enorme difficoltà a causa della crisi e dell’inflazione. L’ombra della separazione si allunga di nuovo sopra i nostri personaggi. Yasmina non vede più alcuna speranza a Beirut e vorrebbe chiedere un trasferimento a Dubai per salvare i propri guadagni e poter così inviare periodicamente “dollari freschi” a Nino. Vorrebbe anche portare con sé Amal, allontanandola dalla pentola a pressione che sta diventando la città. Nino, invece, pur disperato, non vuole andarsene. Con un dialogo meraviglioso e straziante dal buco della serratura di una stanza, dove solo gli occhi parlano, i due protagonisti discutono sul da farsi: “e io che pensavo che nulla ci avrebbe più separato”. Segue la morte del padre di Nino, le dimissioni di quel che restava del suo personale e la rassegnazione di fronte alla partenza di Yasmina. Finalmente i due, l’una dalle vitree vette che si stagliano sul golfo persico, l’altro tra i viottoli antichi della perla del Levante, chiudono gli occhi e si ritrovano nei vecchi vagoni abbandonati. Coi propri pensieri salgono sul treno, che decolla dalla città e s’innalza verso le stelle, verso l’Isola; l’Isola, dove nulla può raggiungerli e separarli.
Esistere, fino alla vittoria
Al di là dell’aspetto meramente particolare della relazione tra Nino e Yasmina, pure divertente, dolce e drammatica al tempo stesso, il film, come abbiamo visto, ha un’evidente e apprezzabile profondità politica. Le condizioni materiali di Nino e Yasmina, il perimetro contestuale in cui cercano di prendere in mano il proprio destino, nonostante tutte le difficoltà, non è diverso da quello degli altri libanesi. Pare dunque una storia personale dalla portata ben più vasta, collettiva. È vero che il film pecca forse del coraggio di nominare chiaramente il male principale che ammorba il paese, ovvero appunto l’imperialismo nordamericano e il colonialismo sionista. Solo in un’istanza il “bombardamento israeliano” è qualificato esplicitamente e anche nella discussione finale “Israele” non è menzionato. Forse però questo ipotetico timore è dovuto più al contesto occidentale della proiezione, che non alle intenzioni originarie degli artisti: per i libanesi, e chiunque conosca un minimo di storia, è tutto chiarissimo. In ogni caso la politica è ben presente sullo sfondo del film, talvolta anche in forma ben più diretta (l’incipit del film è letteralmente un parto condotto nel bel mezzo di un bombardamento, quasi certamente israeliano, s’un ospedale). “Il film”, spiega Aris, “vuole mostrare i libanesi non come semplici vittime”, ma artefici del proprio destino. Ed è forse proprio per questo che il finale è molto aperto e irrisolto. Come potrebbe non esserlo? La storia del Libano non è certo risolta. Tutto ciò che si può raccontare, è che il popolo libanese vuole vivere, vuole gioire e vuole resistere, nonostante i soprusi e la morte che l’imperialismo gl’impone. E saranno proprio tale forza e tale risolutezza a permettere al Libano, un giorno, di spezzare le proprie catene e realizzare i sogni e le speranze custoditi sulla sua Isola.
