Se, per dirla con i Righeira, l’estate sta finendo, la campagna elettorale invece è ormai lanciata. Ad alimentare l’entusiasmo a sinistra ci ha pensato l’annuncio della candidatura al Consiglio di Stato di Greta Gysin, consigliera nazionale dei Verdi dal 2019. Sui social è un tripudio di visibilio e «libidine», con buona parte dell’elettorato progressista (e dei relativi «influencer» più o meno anonimi) precipitatosi ad acclamare la discesa in campo dell’eroina salvifica. Sarebbe infatti lei l’unica in grado di risollevare il destino della sinistra ticinese, ormai riunito in un «campo largo» che va dal PS al MPS, passando appunto per i Verdi. Ma chi è davvero Greta Gysin? Quale è il suo passato e il suo bilancio politico dopo quasi due legislature sui banchi dell’assemblea federale? Perché c’è addirittura chi, invece di incensarla, la descrive addirittura come una «Masoni Bio»?
FFS Cargo: la legittimazione dei tagli al personale
Procediamo a ritroso. L’ultimo episodio a suscitare un certo clamore attorno alla deputata ecologista risale allo scorso novembre, quando il sindacato Transfair (da lei presieduto) uscì in polemica dal comitato «No allo smantellamento di FFS Cargo in Ticino» (promosso tra l’altro dai suoi stessi attuali alleati di lista). In un’intervista alla Regione, Gysin accusava il comitato di intromettersi nelle trattative sindacali (sovrapponendosi a Transfair) e addirittura di diffondere vere e proprie menzogne, «ad esempio che in Ticino le Ffs stiano assumendo personale frontaliero a basso costo, o che obbligano il personale a trasferirsi oltre Gottardo». Al di là delle schermaglie sui ruoli di comitato e sindacato, a colpire in quel frangente era stata la leggerezza con cui Gysin aveva legittimato la ristrutturazione e i tagli al personale previsti da FFS Cargo, giustificati dalla «complessità» della situazione in cui si trova ad operare l’azienda. Per la deputata dei Verdi, le perdite finanziarie di FFS Cargo non andrebbero combattute con una diversa politica dei trasporti, ma con «correzioni e interventi strutturali», sia sui prezzi che sul modello di produzione, «che oggi risulta inefficiente». Par di sentir parlare un manager, ed invece è una sindacalista!
Posta: «comprensione» per esternalizzazioni e delocalizzazioni
L’ambiguità delle posizioni di Greta Gysin sul servizio pubblico non è d’altronde una novità. Nel 2022, quando la Posta annunciò la sua intenzione di voler esternalizzare e delocalizzare in Portogallo parte del proprio servizio informatico, la presidente di Transfair, pur dichiarando che la soluzione «potrebbe non essere quella ideale», si disse «comprensiva» per la decisione dei manager del gigante giallo. A suo dire, in Svizzera non vi sarebbe infatti stato il personale specializzato necessario a garantire il servizio: invece di spingere per una maggiore valorizzazione (ad esempio salariale) di questi posti di lavoro e per una politica di formazione e riqualifica professionale, la deputata ecologista ritenne invece adeguato delocalizzarli altrove! Per chi conosce il sindacato Transfair, anche questo episodio dovrebbe destare poco stupore. Sempre nel 2022, il collettivo operaio DPD – che aveva animato una combattiva mobilitazione dei corrieri – aveva denunciato la compromissione di tale sindacato con il padronato: «Quando i dirigenti dell’azienda ci invitavano a iscriverci a Transfair, in quanto partner sociale riconosciuto dall’azienda, per noi voleva dire che in quell’organizzazione non c’era spazio per chi vuole lottare per conquistare quei diritti minimi necessari a garantire la nostra dignità».
Sostegno ai lavoratori durante la pandemia: silenzi e giravolte
Sindacato a parte, che ne è però dell’attività parlamentare di Greta Gysin? Anche qui, non mancano le «macchie» che alimentano i dubbi sul profilo politico dell’esponente ecologista. Nei primi mesi della pandemia da coronavirus, stando a nostre informazioni la proposta del Partito Comunista di introdurre un divieto di licenziamento in caso di epidemia o di pubblica calamità sarebbe rimasta lettera morta a causa dell’inazione della deputata ecologista (da poco eletta anche grazie ai voti del PC). Nello stesso periodo, si registrò un’altra clamorosa giravolta in materia di sostegno ai lavoratori colpiti dalla pandemia: l’astensione di Greta Gysin fu infatti tra i voti decisivi per rinviare di vari mesi il voto di una mozione urgente per prolungare il versamento delle indennità ai lavoratori costretti a ridurre l’orario di lavoro (che ne furono privati per tutta l’estate). Un voto a sorpresa che fece molto discutere Oltralpe, in quanto il voltafaccia dei deputati ecologisti costituiva una pugnalata alle spalle non solo ai lavoratori, ma anche ai vertici del PSS che erano riusciti ad anticipare la discussione alle sessione estiva.
Ritorno alle origini: apertura a sgravi fiscali, subappalti e salari differenziati
Le radici di questo orientamento politico sono d’altra parte chiaramente identificabili agli albori della carriera di Greta Gysin. Deputata in Gran Consiglio dal 2007 al 2015, aveva mosso i primi passi in politica durante l’era Savoia, durante la quale i Verdi del Ticino avevano preso le distanze dal Partito Socialista per assumere un atteggiamento più… eclettico. Durante la campagna elettorale del 2011, guidata proprio da Gysin, i vertici ecologisti avevano lasciato intendere ad esempio di essere aperti a discutere una riduzione della pressione fiscale per le aziende. Poco dopo, la stessa Gysin si era schierata contro la proposta MPS di introdurre un divieto di subappalto e di prestito di manodopera per le commesse pubbliche: a suo dire, «i subappalti sono un problema etico e non lo si risolverà né con la regolamentazione né con i controlli, ma solo con il coinvolgimento dei datori di lavoro». Insomma, l’esponente dei Verdi rifiutava maggiori controlli ed eventuali sanzioni sui padroni d’impresa che facessero ricorso a forme di lavoro precario, in quanto le scelte etiche non potrebbero essere represse.
Pochi anni dopo, nel 2013, Gysin era in prima fila nella raccolta firme dell’iniziativa «Salviamo il lavoro in Ticino!», che prevedeva salari minimi differenziati per settore e che escludeva quelli coperti da CCL: una proposta che aveva raccolto forti critiche nell’area progressista e nell’area sindacale. Per il direttore di Area Claudio Carrer, si trattava di «uno strumento totalmente inadeguato a contrastare il dumping salariale», mentre il vicesegretario del PC Alessandro Lucchini la giudicava «ambigua e controproducente per la classe lavoratrice ticinese». È interessante notare come il compromesso recentemente adottato in risposta all’iniziativa correttiva lanciata pochi anni fa sullo stesso tema dall’area progressista abbia sollevato forti polemiche per la sua moderazione proprio da parte di coloro che ora esultano per la candidatura della stessa Gysin… A sinistra è forse arrivata l’ora di fare i conti con la sua vera identità politica, al di là della versione patinata che ritroveremo sui media nei prossimi mesi: Greta Gysin forse non è una Marina Masoni in versione «Bio», ma di certo non può nemmeno essere considerata l’icona della sinistra radicale che potrà «portare una svolta».
