La Federazione Sindacale Mondiale (FSM), a nome degli oltre 105 milioni di lavoratori iscritti alle sue organizzazioni nazionali ha fissato per il prossimo 1° settembre 2026 una Giornata Internazionale d’Azione Sindacale per la Pace, in occasione dell’anniversario dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale con l’attacco della Germania nazista alla Polonia. In un’epoca di crescenti spese militari e in un contesto di affermazione generalizzata dell’economia di guerra, la FSM lancia un appello ai sindacati operai affinché condannino inequivocabilmente l’imperialismo e le sue guerre. Non è, dopotutto, né un caso né una coincidenza che il recente vertice della NATO, tenutosi ad Ankara lo scorso luglio, abbia confermato l’intensificarsi dei piani di intervento bellico degli Stati Uniti, dell’Unione Europea e dei loro alleati. Ma mentre la FSM si prepara a questo appuntamento, la sua componente italiana – l’Unione Sindacale di Base (USB) – si sta già attrezzando per un secondo appuntamento previsto il 30 ottobre: una giornata internazionale di azione dei lavoratori portuali contro la guerra e la militarizzazione, pronti a sabotare l’invio di armi via nave.

Pambis Kyritsis (FSM) lancia l’allarme
Il segretario generale della FSM, il cipriota Pambis Kyritsis ha spiegato: “le decisioni relative a nuovi appalti e all’espansione della capacità produttiva collettiva della NATO, insieme al vertiginoso aumento delle spese militari accrescono ulteriormente il rischio di un conflitto imperialista generalizzato con conseguenze disastrose per i popoli. I popoli di tutto il mondo sanno che dalla guerra non c’è nulla da aspettarsi se non morte, miseria, profughi, povertà e il deterioramento delle loro condizioni di vita. I lavoratori di tutto il mondo sanno che le enormi risorse convogliate nell’economia di guerra vengono sottratte a scapito dello stato sociale, dell’istruzione, della sanità, dei salari, delle pensioni e delle prestazioni sociali destinate alle fasce popolari”. Kyritsis lancia un appello ai sindacati di ogni paese a impegnarsi per respingere i blocchi e le sanzioni imposte dagli Stati Uniti, dall’Unione Europea e dai loro alleati a numerosi paesi, che incidono direttamente sulla vita quotidiana della gente comune: “occorre rafforzare la lotta della classe operaia in ogni paese per il disimpegno dalla NATO, dall’UE e da ogni alleanza imperialista, nonché per la completa abolizione delle armi nucleari”.
La NATO è in guerra contro la Russia, i sindacati devono sabotarla!
La FSM chiede la fine della guerra “che si sta combattendo sul territorio ucraino tra il blocco euro-atlantico costituito da Stati Uniti, NATO e UE da un lato e la Russia dall’altro” ha sottolineato il segretario generale della FSM che allo stesso tempo ha denunciato la posizione ambigua della Confederazione Sindacale Internazionale (CSI) o cui “sindacati gialli che, sia attraverso le prese di posizione che esprimono, sia attraverso la consapevole assenza di qualsiasi reazione o protesta contro queste politiche, sostengono di fatto i piani militaristi imperialisti, fornendo loro appoggio politico”.

Ismael Camozzi (SISA): difendiamo la neutralità della Svizzera
Mentre nel resto del mondo ci si mobiliterà il 1° settembre, in Svizzera già lo scorso 6 giugno ha visto scendere in piazza il Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA). Guidata da Ismael Camozzi e Filippo Beroggi, il SISA ha unito la lotta al riarmo con la rivendicazione di recuperare la neutralità svizzera, mai come oggi bistratta dal governo di Berna succube della NATO e dell’UE. Sotto lo slogan “Soldi alla scuola, non alla guerra!”, i giovani svizzeri hanno denunciato come “negli ultimi quattro anni l’Unione Europea e la NATO hanno intrapreso delle folli politiche di riarmo che – fra le altre cose – porteranno Bruxelles a sottrarre più di 800 miliardi di euro a istruzione, servizi pubblici e sanità per finanziare l’industria bellica. A ciò si aggiunge la pressione della NATO, che pretende dai suoi vassalli un aumento della spesa nel settore militare pari al 5% del loro PIL”. Ma cosa c’entra la Svizzera in tutto questo? È Camozzi a spiegarlo: “nonostante non aderisca formalmente a UE e NATO, la Svizzera non è esente dalla militarizzazione della società: lo si vede nei continui aumenti del budget dell’esercito che, ad esempio, si vogliono ora finanziare addirittura tramite un aumento dello 0,8% dell’IVA, nel tentativo di smantellare il Servizio Civile e nella volontà di incorporare anche le donne nel Servizio Militare. Le conseguenze di queste politiche le pagano soprattutto i più giovani, che solo nel preventivo 2026 della Confederazione si vedranno privare di mezzo miliardo di franchi destinati all’istruzione e alla ricerca, per non parlare degli ulteriori miliardi tagliati ad altri servizi pubblici. È inaccettabile!”. Da qui la scelta del SISA di schierarsi sia con l’UDC sia con il Partito Comunista a sostegno della neutralità. Sempre Camozzi dichiara: “la neutralità impedirebbe alla Svizzera di aderire ad alleanze militari come la NATO, le vieterebbe di partecipare a guerre militari ed economiche che affamano i popoli e aumentano il costo della vita, e la porrebbe come mediatrice attiva a sostegno dei popoli oppressi”.

I comunisti svizzeri in prima fila
La componente più agguerrita all’interno del SISA è storicamente quella legata alla Gioventù Comunista guidata da Adam Barbato, il quale ha duramente attaccato il consigliere federale Martin Pfister, capo del Dipartimento Federale della Difesa, il quale “fa copia-incolla dai comunicati Bruxelles: tutto per la sicurezza. È con lo stesso pretesto che l’Unione Europea, con il suo progetto ReArm Europe, sta derubando i suoi contribuenti di 800 miliardi per rafforzare i vari eserciti del continente contro la temibile minaccia della Russia. I comunisti difendono a spada tratta la neutralità come unico strumento per impedire alla Svizzera di finire bersaglio delle guerre della NATO. Sempre il coordinatore dei giovani comunisti spiega come “il nostro Paese strizza sempre più l’occhio alla NATO distruggendo la sua neutralità: un anno fa l’ex-capo dell’esercito Thomas Süssli proponeva di mandare 200 soldati svizzeri in Ucraina come ‘Peacekeeping’ al fianco delle forze NATO, cioè quella stessa organizzazione che nella sua espansione ad est ha causato lo stesso conflitto in Ucraina, che continua ad alimentare dall’esterno esecrando la diplomazia! Ma il cambio della guardia con l’atlantista Benedikt Roos non ha certo portato ad un cambio di rotta: le esercitazioni congiunte, e gli scambi in materia bellica si intensificheranno sempre di più!”. Il movimento giovanile del Partito Comunista rivendica per contro “di sviluppare una linea di politica estera indipendente e coerente con la tradizione diplomatica elvetica” senza “recepire passivamente le istruzioni da Von der Leyen, come lo fece nel 2022 quando adottò le controproducenti sanzioni UE contro la Russia”. Di fronte ad alcune centinaia di ragazzi in piazza a Bellinzona Barbato ha ricordato: “dire no all’UE vuol dire sì al lavoro, dire no alla NATO vuol dire sì alla Pace!”.
