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Tasse su, ricerca giù: l’università sacrificata sull’altare del riarmo

Negli ultimi anni, un’oscura mano, che cinge affilate forbici, sta passando su tutte le università europee tagliando centinaia di milioni di fondi a ricerca, infrastrutture e persino alle borse di studio. Ciò fragilizza ulteriormente uno dei settori più essenziali della società: l’istruzione, portatrice di innovazione, relazioni e, cosa più importante, luogo d’incontro ed emancipazione.

L’aspetto centrale di questa ondata d’austerità, che viene presentata alla popolazione come un momento necessario per il quale la collettività deve sacrificarsi, è che i miliardi tagliati a istruzione, socialità, sanità e persino al settore delle energie rinnovabili vengono sacrificati sull’altare della guerra. Vale a dire nella folle corsa al riarmo intrapresa con l’approvazione del piano “ReArm Europe”, che prevede di investire oltre 800 miliardi nel settore della difesa e nell’adeguamento della spesa bellica di ogni paese al 5% del proprio PIL — come ribadito per l’ennesima volta durante l’ultimo incontro della NATO svoltosi ad Ankara a inizio luglio.

Svizzera e Ticino: la scure si abbatte sull’istruzione

Nella nostra Svizzera, benché neutrale (sperando che rimanga tale) e, almeno formalmente, non faccia (ancora) parte né dell’UE né della NATO, si sta svolgendo la medesima dinamica. Attraverso il preventivo federale 2026, il governo ha ridotto di 3 miliardi i fondi al settore pubblico, 500 milioni dei quali tolti alla ricerca e all’istruzione; una riduzione che, come contestato anche dal Sindacato Indipendente degli Studenti e degli Apprendisti (SISA), che si è mobilitato il 6 giugno a favore della neutralità e contro la guerra, servirà a gonfiare ulteriormente le casse dell’esercito. Un Consiglio federale che, con questa scelta, dichiara senza remore da che parte sta: preferisce armare i corpi piuttosto che le coscienze, investire in carri armati e caccia piuttosto che in aule, laboratori e borse di studio. È la logica militarista che si fa bilancio: si toglie a chi costruisce futuro per dare a chi prepara la distruzione.

Tutto ciò avrà gravissime ripercussioni sulle condizioni lavorative dei ricercatori e sul potere d’acquisto della popolazione studentesca. Oltre 2’500 progetti di ricerca — essenziali per il settore pubblico — perderanno i finanziamenti e 700 ricercatori rimarranno senza lavoro. Un piano quanto meno miope per un paese che si lustra le scarpe elogiando l’eccellenza delle sue università.

Per gli studenti, già in affanno a causa dell’aumento del costo della vita, si prospetta un aumento e, in alcuni casi, un vero e proprio raddoppio delle tasse universitarie, dopo che il Governo federale — lavandosene le mani — ha lanciato la palla cocente ai Cantoni, chiamati a scegliere se compensare o meno la riduzione dei fondi. Una situazione che renderà il sistema scolastico ancora più classista, svantaggiando in particolare gli studenti provenienti dalle fasce popolari, costretti a scegliere se mangiare o studiare, con il rischio di cristallizzarsi in una condizione economica e sociale di precarietà permanente.

Contro i tagli prospettati dalla Confederazione si era levata, nel maggio 2025, la posizione del Consiglio di Stato ticinese che, almeno allora, sembrava coraggiosa, poiché criticava la coesione nazionale minata dai tagli, i quali colpivano le università ticinesi nella misura di 15 milioni di franchi. Tuttavia, la politica è fatta di scelte, non di parole che cadono nel baratro, e il governo ticinese si è rivelato del tutto incapace di difendere la propria università. Nemmeno il tempo di dimenticare la voce da leone del governo, che è stato presentato un messaggio ancora più aberrante, volto a finanziare le iniziative sui premi di cassa malati, il quale ha inferto il secondo colpo di machete dell’austerità su USI e SUPSI.

Ai tagli federali si aggiungono infatti i risparmi paventati dal Consiglio di Stato, che potrebbero comportare dal 2027 tagli di oltre 7 milioni di franchi all’anno per USI (5,5 mio), SUPSI (1,3 mio) e DFA/ASP (0,25 mio), senza contare la rinuncia alle indennità di 1,28 milioni per gli stage di ergoterapia e fisioterapia.

Il vero volto di questa politica emerge dalle stesse voci interne agli atenei: come denunciato dalla rettrice provvisoria dell’USI Luisa Lambertini, il calcolo dei tagli cantonali è stato costruito ipotizzando un raddoppio delle tasse per gli studenti residenti e una moltiplicazione per quattro per i non residenti, così da far coincidere aritmeticamente i milioni sottratti con gli incassi da spremere agli studenti — una contabilità cinica che scarica sulle spalle di chi studia il conto della guerra.

La precarietà come politica: pagare per la crisi che non si è creata

Dietro le cifre fredde dei tagli si nasconde una scelta politica precisa: rendere strutturalmente precarie le condizioni di chi studia. Un raddoppio — o peggio, una quadruplicazione per i non residenti — delle tasse universitarie non è un semplice ritocco contabile, ma un meccanismo di selezione sociale. Significa che l’accesso al sapere smetterà di essere un diritto per diventare un privilegio riservato a chi può permetterselo, mentre chi proviene da famiglie popolari sarà costretto a moltiplicare lavori precari accanto allo studio, a rinunciare a stage e opportunità formative, o semplicemente a rinunciare a studiare. È l’ennesima dimostrazione che l’austerità non è mai neutra: colpisce sempre chi ha meno strumenti per difendersi, intensificando le disuguaglianze anziché correggerle.

E la cosa più cinica è che il conto viene presentato a chi non ha alcuna responsabilità nella crisi delle finanze cantonali. Gli studenti e le studentesse non hanno deciso i tagli federali, non hanno votato il preventivo che privilegia i cacciabombardieri agli aiuti allo studio, eppure sono chiamati a pagarne il prezzo più alto, in termini economici e di vita. Si tratta di una vera e propria espropriazione generazionale, mascherata da necessità contabile.

Il confronto impietoso: quanto investe davvero il Ticino nella propria università

Se il Canton Ticino volesse davvero occuparsi della precarietà giovanile che dice di voler combattere — e della fuga di cervelli che dice di voler arginare — dovrebbe iniziare dal guardarsi allo specchio. Il confronto con l’impegno finanziario di altri cantoni verso i propri atenei è impietoso, e i numeri lo dimostrano: mentre la media svizzera del finanziamento cantonale alle università si attesta attorno al 51%, il Ticino finanzia l’USI solo al 29% — e con i tagli in arrivo questa quota scenderà fino al 24%. Il Ticino, in altre parole, finanzia la propria università con meno della metà delle risorse pubbliche che gli altri cantoni destinano ai propri atenei, scaricando sistematicamente sugli studenti — attraverso le tasse — quello che dovrebbe essere un investimento pubblico nel futuro del Cantone.

Se il governo ticinese fosse coerente con le proprie dichiarazioni sulla necessità di trattenere i talenti e combattere la precarietà giovanile, il minimo che potrebbe fare è rafforzare in modo strutturale il proprio impegno nel finanziamento dell’USI, portandolo almeno al 50% dei costi d’esercizio, così da rendere superfluo qualsiasi aumento delle tasse universitarie. Si tratta di una scelta politica, non di un vincolo di natura: un Cantone che sceglie di finanziare i premi di cassa malati riducendo contemporaneamente i fondi alla propria università sta semplicemente decidendo chi merita di essere sostenuto e chi no.

 Il costo della vita cresce, le borse di studio restano ferme

A rendere ancora più insostenibile la situazione vi è un secondo elemento, altrettanto grave quanto taciuto: mentre il costo della vita per chi studia continua a salire — tasse universitarie, premi di cassa malati, affitti sempre più cari — non vi è stata alcuna compensazione attraverso un potenziamento della cassa cantonale delle borse di studio. Si tratta di un intervento essenziale e non più rinviabile: senza un adeguamento sostanziale degli aiuti allo studio, ogni discorso sul diritto all’istruzione resta lettera morta, una dichiarazione di principio priva di qualunque traduzione concreta nella vita di chi studia e fatica ad arrivare a fine mese.

Una lotta unica: contro l’università sacrificata, contro la militarizzazione

Non si può separare, in questo momento storico, la difesa dell’università dalla lotta contro la militarizzazione. Sono due facce della stessa medaglia: da un lato uno Stato che taglia sistematicamente su istruzione, ricerca e diritto allo studio; dall’altro lo stesso Stato che trova, sempre e comunque, i miliardi necessari per armarsi. Difendere l’università significa quindi anche opporsi alla logica del riarmo che la sta soffocando. In questo senso, ci si aspetterebbe un impegno ben più deciso da parte di quei partiti che si definiscono progressisti e delle organizzazioni sindacali, chiamati non solo a difendere l’università sul piano rivendicativo settoriale, ma a collegare esplicitamente questa battaglia a quella, più ampia, contro la militarizzazione della società e lo sperpero di risorse pubbliche nella corsa agli armamenti.

A ciò si aggiunge la gestione politica della vertenza. Mentre VPOD e SISA costruivano un fronte sindacale unitario, raccogliendo firme e mobilitando studenti e personale, il PS ticinese ha preferito la strada dell’iniziativa propria, evitando di sporcarsi le mani con la mobilitazione dal basso pur di intestarsi in Parlamento la battaglia — capitalizzando una lotta condotta sulle spalle di quegli stessi studenti che dice di difendere. Un calcolo elettorale più che un atto di solidarietà.

Ismael Camozzi

Nato nel 2002, Ismael Camozzi si è formato come assistente di cura. È attivo nel Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA), di cui fa parte della segreteria.