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Sulla neutralità svizzera, o perché la Storia non è un feticcio morale

Ai detrattori della neutralità svizzera piace la Storia. La socialdemocrazia in particolare l’adora. D’altra parte, sentenziare s’un passato (poco compreso in realtà) come dei giudici depositari della verità assoluta ben si abbina al proprio peculiare autoincensamento etico, tipico di quel moralismo cosmopolita, indulgente e perbenista; e come divinamente sanzionato, dunque infallibile, incontestabile, sacro. In questo modo, un’apologia della neutralità come garanzia per una diplomazia di mediazione indipendente nei conflitti diventa magicamente un’ode all’esercito russo o il favoreggiamento consapevole e desiderato “del riciclaggio di denaro insanguinato” (qualche genio che parla ancora dell’Europa occidentale come baluardo della “democrazia” lo ha detto davvero; anche dopo 30 anni di “guerra al terrore”, il sostegno al genocidio palestinese e la repressione politica che stiamo vivendo or ora). Un’osservazione sul fatto che in Europa la NATO sta spendendo centinaia di milioni di euro per riarmarsi e che un giorno sì e uno no responsabili militari europei se ne escono con dichiarazioni belliciste contro la Russia o (i poveri illusi!) la Cina, e che per tutte queste ragioni sarebbe ancor più necessario preservare e rafforzare la neutralità in chiave pacifista, la socialdemocrazia la trasforma, con una mirabolante comparazione estemporanea, alla riproduzione di quella (chiaramente deplorevole) collaborazione che la Confederazione ebbe coi nazisti. Curioso tutto questo odio verso la neutralità, considerando che fino agli anni ’90 tutto l’arco politico svizzero, dai reazionari ai comunisti, dai liberali ai socialdemocratici (oggi ormai quasi un sinonimo), la difendeva senza battere ciglio. Ne prendiamo atto; così come registriamo il discorso superficiale e disonesto che è usato per combattere questa politica.

Prima di sviluppare ed entrare nel merito delle affermazioni deliranti della socialdemocrazia e presentare il punto di vista di noi comunisti, forse è il caso di mettere qualche puntino sulle i. Vedete, è pericoloso piegare la Storia a pungolo morale: si rischia di ferirsi da soli. Mentre i nostri amabili colleghi accusano i comunisti di difendere una neutralità che ha flirtato col nazismo, forse varrebbe anche la pena ricordare cosa la socialdemocrazia interventista, dimenticandosi improvvisamente di decenni d’internazionalismo e pacifismo, fece nel momento in cui i propri governi europei, monarchici o borghesi, decidevano che bisognava inviare milioni di persone al fronte a morire in quella che sarebbe stata la Prima guerra mondiale: votò i crediti di guerra – con la sola eccezione di russi e serbi. Forse un minimo di neutralità e di diplomazia sul modello svizzero anche negli altri paesi allora non avrebbero guastato, chissà. Probabilmente anche non massacrare una generazione di lavoratori tra 1917 e 1919, alleandosi coi freikorps (che, per inciso, furono i proto-nazisti) e inviando corpi di spedizione nella Russia in piena guerra civile, anziché favorire la pace e la non-interferenza dopo l’oceano di sangue che era stato versato nelle trincee, non sarebbe stato male da parte della socialdemocrazia. I padri e padroni della morale forse dovrebbero ripassare qualche capitolo della propria storia politica, prima di scagliarsi in anatemi indegni e antistorici come quello sulla neutralità elvetica e gli accordi con la Germania di Hitler.

Perché definire quel maldestro paragone in questi termini? Perché benché nessuno contesti il sudiciume che caratterizzò quegli accordi, trasportare un parallelismo simile ad oggi, copiandolo ed incollandolo senza alcuna cognizione di causa, oltre ad essere ridicolo, è anche inutile: non siamo più negli anni ’40. Le condizioni quadro della politica internazionale, nonché la fase storica, sono mutate radicalmente; e questo richiede per forza un’analisi diversa, che tenga conto dei dati materiali del presente. Viviamo in un mondo in cui la tensione dialettica si realizza nello scontro tra l’egemonia unipolare a guida nordamericana in declino e un mondo multiporale che sta emergendo proprio dalla periferia del globo, finora brutalizzato e sfruttato dall’Occidente. Penso che la frenesia sanguinaria nel bombardamento dell’Iran parli da sé; ma dobbiamo tenere conto anche del cambio di regime in Venezuela, l’espansione militare nel Pacifico e il supporto armato ad oltranza dell’Ucraina (almeno dal 2014) ed Israele, oltre che di 25 anni di guerra “al terrore”: le brave e buone “democrazie” occidentali hanno martirizzato paesi come l’Afghanistan, l’Iraq, la Libia, la Siria, lasciandosi dietro un’ondata di distruzione immane e milioni di morti.

Dato questo quadro, il pericolo principale qui e ora è il rischio di una vera e propria guerra, che in Europa sarebbe contro la Russia. E, lo abbiamo detto, non siamo più negli anni ’40: oggi si userebbero anche le armi atomiche. Favorire la pace e la diplomazia elvetica attraverso una seria politica di neutralità non è solo un modo per mettersi al riparo dal turbine bellicista che sta investendo il complesso militare-industriale dei nostri vicini dell’Unione Europea – quell’Europa, ricordiamolo, di cui la socialdemocrazia svizzera vorrebbe far parte, dimenticando che per la guerra sta permettendo di fare miliardi di debito pubblico, ma che non consente politiche di welfare con lo stesso meccanismo (e infatti lasciò letteralmente morire le famiglie greche nel 2008) –, ma anche uno strumento per facilitare le mediazioni tra i Paesi. Una mediazione per la quale, peraltro, il nostro Paese, al netto delle sue scelte ipocrite ed opportuniste in alcune fasi della sua Storia (e di cui comunque questa iniziativa, se approvata, impedirebbe la replicazione con una definizione chiara e netta della neutralità), è sempre stato riconosciuto come partner affidabile ed importante. Già nella Prima guerra mondiale la Confederazione tentò, in più occasioni, di offrirsi come mediatrice, con grande stizza dei guerrafondai dell’Intesa e degli Imperi centrali, desiderosi di continuare il carnaio. Restando ai giorni nostri, si pensi ad esempio a quel delicatissimo dialogo che, fino a non molto tempo fa, il nostro Paese ha facilitato tra Stati Uniti ed Iran. Ma gli esempi si sprecano: Ginevra era la città simbolo del nostro impegno e prestigio nella diplomazia internazionale. Oggi quell’eredità è infangata dall’opportunismo del nostro Consiglio federale ed è raccolta da altre città che offrono una mediazione reputata più seria e affidabile: Astana, Ankara, Riyad, Pechino. A chi storcesse il naso circa l’allineamento, parziale o totale, di alcuni dei paesi di queste capitali agli Stati Uniti rispondiamo: eppure sono state preferite alla Svizzera. Eppure paesi come la Turchia e l’Arabia Saudita sono stati reputati più indipendenti, coerenti e seri rispetto al nostro (e d’altra parte non è molto difficile immaginare come l’adozione di sanzioni unilaterali abbia fatto alzare ben più di un sopracciglio sulla nostra presunta postura “super partes”). Se le cose stanno così ora, immaginate come risuonerebbe un “no” a questa iniziativa nell’arena internazionale.

Perché, e qui concludiamo, la neutralità, per noi comunisti, non è una questione identitaria, ma uno strumento politico per incidere positivamente nel presente; per cercare di evitare la guerra e favorire il dialogo tra paesi. Questo equivoco, o semplice calcolo opportunista, da parte della socialdemocrazia, che delle battaglie identitarie ha fatto da lungo tempo la sua bandiera (come nel campo dei diritti civili, dove col neoliberismo ha contributo, oltretutto, a spogliarle delle loro profonde rivendicazioni di trasformazione della struttura sociale), risulta di fatto in una scelta di campo chiara, che è quella di un’integrazione più netta, e poi totale, nelle sovrastrutture politiche e militari europee e transatlantiche. Se nel favoloso mondo del moralismo spiccio (e veramente fuori tempo massimo) il rifiuto della neutralità è un passo in più verso l’Europa “democratica”, “dei popoli” e dal “patrimonio culturale” condiviso, nel duro, eppur concreto, mondo del materialismo storico questa costituisce una progressiva sottomissione e, forse persino peggio, graduale complicità nel campo imperialista; quello dei paesi che ciclicamente fanno piovere l’inferno dal cielo sugli altri chiamandolo “intervento umanitario” e che affamano i popoli con sanzioni unilaterali sotto l’insegna della lotta delle “democrazie” contro gli “autoritarismi”.

La realtà contemporanea non è nelle favole s’un’imprescindibile sorellanza forzata con un’Europa che intende soggiogarci politicamente ed economicamente, un accordo bilaterale alla volta; non nei deliri febbricitanti s’una futura “Unione delle Repubbliche Socialiste Europee” (roba da fanfiction o videogioco strategico), la cui fattibilità dovremmo preparare con un voto negativo; non nelle vanesie e ridicole arringhe sulla presunta superiorità istituzionale, democratica e giuridica dell’Occidente, che strazia i popoli del Sud globale fuori e reprime il dissenso politico nei suoi confini (non so se sono chiare le proporzioni: nel Regno Unito si viene arrestati per terrorismo se ci si esprime a favore di Palestine Action contro il genocidio; in Germania, in Francia e in Italia la polizia pesta a sangue i manifestanti; e si potrebbe andare avanti); e non è, infine, nelle oscene bugie di chi afferma che la nostra tradizione umanitaria scomparirebbe se fosse applicata la neutralità rigida (lo andassero a dire alla Croce Rossa svizzera dell’inizio del secolo scorso!). La realtà è nel riarmo militare dei nostri vicini, nei discorsi bellicisti sempre più sdoganati, nei progetti di coscrizione, nei contratti miliardari per la NATO, mentre la sanità e l’istruzione sono rapinate. Questa realtà chiede ad ogni cittadina e cittadino di scegliere la neutralità rigida, per la preservazione della pace e la facilitazione del dialogo diplomatico. Che sia un sì per la pace; e contro i sonnambuli che, barcollanti, s’incamminano trascinandoci verso il fronte.

Alessandro Bellanca

Alessandro Bellanca, classe 1999, è iscritto al Partito comunista. Studia Storia e Lettere all’università di Friburgo.