Il Forum internazionale dell’economia politica marxista
Dal 5 al 7 agosto si è svolto all’Università di Greenwich, a Londra, il 19° Forum della World Association for Political Economy (WAPE), una delle principali rassegne internazionali di confronto tra economisti e studiosi marxisti. Oltre 150 partecipanti provenienti da diversi paesi e più di 30 panel e tavole rotonde hanno animato il dibattito su temi che vanno dall’imperialismo alla teoria del valore, dalla finanziarizzazione all’intelligenza artificiale e all’innovazione tecnologica, fino al ruolo della Repubblica Popolare Cinese nel nuovo contesto economico internazionale.
Quest’anno è stata rivolta particolare attenzione alla figura di Adam Smith, in occasione dei 250 anni dalla pubblicazione de “La ricchezza delle nazioni”. Una scelta che potrebbe apparire curiosa per un congresso di economisti marxisti, ma che ha permesso di tornare alle origini dell’economia politica e, soprattutto, al rapporto tra l’economia politica classica e la critica sviluppata successivamente da Marx.
“Salvare Smith dal neoliberismo”
Per ricostruire alcuni dei dibattiti del Forum appena concluso è particolarmente interessante il resoconto pubblicato da Michael Roberts, economista marxista britannico e autore del blog The Next Recession.
Come racconta l’economista Roberts nel suo blog, una delle espressioni più efficaci ascoltate al Forum è stata quella utilizzata da Stavros Mavroudeas, professore di Economia politica alla Panteion University di Atene: occorre “salvare Smith dal neoliberismo”.
Nel corso del Novecento una parte importante del pensiero liberale ha infatti trasformato Smith nel padre nobile del libero mercato. Economisti come George J. Stigler e Milton Friedman, la scuola austriaca e successivamente una parte importante della politica neoliberale hanno utilizzato la celebre “mano invisibile” come simbolo di un’economia nella quale lo Stato dovrebbe farsi da parte e lasciare il mercato libero di autoregolarsi.
Come evidenziato durante il Forum di Londra, il pensiero di Smith è però assai più complesso e contraddittorio.
Nel suo intervento Chen Enfu, economista marxista cinese, presidente della WAPE e accademico della Chinese Academy of Social Sciences (CASS), dove dirige la Divisione di studi marxisti, ha ricordato come Smith non fosse semplicemente il teorico del laissez-faire. Nella sua analisi dello sviluppo delle economie moderne hanno infatti un ruolo importante la divisione sociale del lavoro, le norme morali e lo stesso ruolo dello Stato.
Doğan Göçmen, professore di Filosofia alla Dokuz Eylül University di Smirne, in Turchia, ha richiamato invece l’attenzione sulla Teoria dei sentimenti morali di Smith, precedente alla Ricchezza delle nazioni. Se l’interesse individuale occupa un posto importante nella teoria economica smithiana, la sua concezione dell’uomo e della società non può essere ridotta a questo solo principio: nella Teoria dei sentimenti morali trovano infatti spazio anche il giudizio morale e le relazioni tra gli individui.
Recuperare Smith dalla caricatura neoliberale non significa però trasformarlo in un marxista ante litteram. Marx riconobbe infatti gli importanti progressi compiuti dall’economia politica classica e da Smith in particolare, soprattutto nell’aver individuato nel lavoro un elemento fondamentale nella creazione della ricchezza. Allo stesso tempo ne mise in evidenza le contraddizioni: Smith si muove verso una teoria del valore fondata sul lavoro, ma ritorna poi a una concezione nella quale salario, profitto e rendita finiscono per apparire come differenti fonti del valore stesso.
La critica marxiana si sviluppa proprio a partire dalle acquisizioni e dalle contraddizioni dell’economia politica classica, superandone al tempo stesso i limiti. La differenza decisiva riguarda anche il modo di concepire il capitalismo: ciò che in Smith tende ancora ad apparire come un ordine naturale della società viene analizzato da Marx come un modo di produzione storicamente determinato, e dunque non eterno.
Da questa discussione storica il Forum WAPE si è poi spostato su una questione molto concreta e attuale: perché, nell’economia mondiale contemporanea, alcuni paesi del Sud globale riescono a sviluppare le proprie forze produttive mentre altri rimangono intrappolati in rapporti di dipendenza con il centro imperialista?
Imperialismo economico e Cina in controtendenza
Nel suo intervento al Forum, l’economista Michael Roberts ha presentato i risultati di un nuovo studio sul divario economico tra i paesi del Sud globale e le economie a capitalismo avanzato. La domanda di partenza è semplice ma decisiva: dopo decenni di globalizzazione, i grandi paesi emergenti stanno realmente riducendo la distanza che li separa dalle economie più sviluppate, come avrebbe dovuto avvenire secondo le promesse della globalizzazione neoliberale?
I risultati presentati da Roberts mostrano che, per gran parte del Sud globale, questa convergenza continua a non verificarsi. Alla base di questo sviluppo diseguale rimangono i meccanismi economici dell’imperialismo. Roberts individua nel persistente drenaggio di valore dalle economie periferiche verso quelle del centro imperialista una delle cause che impediscono ai paesi più poveri di colmare il divario.
La grande eccezione è la Cina, che negli ultimi decenni ha seguito una traiettoria nettamente diversa, rinnegando proprio quelle ricette neoliberali che avrebbero dovuto favorire la convergenza.
La Cina rappresenta infatti una controtendenza anche perché, secondo Roberts, la crescita degli investimenti è meno subordinata alla redditività del capitale privato rispetto alle altre grandi economie del Sud globale. La presenza dello Stato, delle imprese pubbliche e della pianificazione economica diretta dal Partito Comunista Cinese permette di orientare risorse verso obiettivi di sviluppo di lungo periodo, senza dipendere esclusivamente dai settori nei quali il capitale privato può ottenere il rendimento più elevato.
Dalla Cina al Sud globale: una questione aperta
I risultati presentati da Roberts si inseriscono anche nel lavoro di ricerca sull’imperialismo economico sviluppato negli anni insieme all’economista marxista Guglielmo Carchedi. A partire da queste analisi vale però la pena porsi un’ulteriore domanda: se la Cina rappresenta la principale controtendenza a una forbice tra centro e periferia che continua a riprodursi, il suo crescente ruolo internazionale può contribuire a creare condizioni differenti di sviluppo anche per gli altri paesi del Sud globale?
Il tema attraversa già da alcuni anni il dibattito della WAPE. Il 17° Forum di Atene del 2024 aveva dedicato un filone alla Geopolitical Economy: globalization or imperialism? Development or war? affrontando il declino dell’egemonia statunitense, la formazione di un sistema mondiale multipolare, i flussi internazionali di capitale, gli investimenti esteri e il rapporto tra imperialismo e sviluppo.
Ancora più esplicito il 18° Forum di Istanbul del 2025, intitolato: Multipolarity in the 21st Century: Challenges and Opportunities in Political Economy. Tra i temi proposti figuravano lo sviluppo economico diseguale, l’ascesa delle economie emergenti, la cooperazione internazionale della Belt and Road Initiative, lo sviluppo dei BRICS, la sfida alla dominazione del dollaro e la costruzione di meccanismi alternativi nelle relazioni economiche internazionali.
Il Forum di Londra del 2026: The Wealth of Nations in the Multipolar Age, prosegue dunque una discussione già aperta. Ma i risultati di Roberts permettono di porre la questione in termini molto concreti: non basta chiedersi se stia emergendo un mondo multipolare. Bisogna capire se questo nuovo equilibrio sia capace di modificare le condizioni materiali che continuano a riprodurre il divario tra centro e periferia imperialista.
Da qui la necessità di sviluppare un nuovo filone di ricerca economica marxista: verificare empiricamente se e in quale misura la crescente cooperazione economica promossa dalla Cina con il Sud globale riesca effettivamente a ridurre stabilmente il trasferimento di valore verso i tradizionali centri imperialisti e a favorire invece industrializzazione, infrastrutture, trasferimento tecnologico, crescita della produttività e capacità di accumulazione interna.
Gli strumenti da analizzare sono già davanti a noi. La Cina propone una cooperazione “win-win”; la Belt and Road Initiative ha esteso le relazioni infrastrutturali, produttive e commerciali con il Sud globale; la New Development Bank dei BRICS finanzia l’economia produttiva e punta a un maggiore utilizzo delle valute nazionali dei paesi emergenti.
Allo stesso tempo si stanno sviluppando circuiti commerciali e finanziari che promuovono la de-dollarizzazione riducendo la necessità di passare attraverso il dollaro. Un caso interessante è quello del commercio energetico tra Cina e Iran: accanto all’utilizzo del renminbi, sono emersi meccanismi attraverso i quali le entrate generate dal petrolio iraniano acquistato dalla Cina vengono impiegate per finanziare progetti infrastrutturali in Iran, riducendo il passaggio attraverso il sistema finanziario dominato dal dollaro.
Tutto questo non ha ancora spezzato i meccanismi dell’imperialismo economico: i dati presentati da Roberts mostrano che la forbice tra centro e periferia rimane. Ma oggi esistono finalmente strumenti e relazioni economiche che possono offrire ai paesi del Sud globale maggiori spazi per sottrarsi alla dipendenza economica con il centro imperialista.
Guerra, dollaro e flussi finanziari
Il rapporto tra sviluppo e potere finanziario ritorna nel contributo Adam Smith, war, and global financial flows, presentato al Forum WAPE da Alberto Lombardo, Segretario generale del Partito Comunista (Italia), e Francesco Maringiò, presidente dell’Associazione italo-cinese per la promozione della Nuova Via della Seta.
Partendo dalla rilettura di Adam Smith proposta dall’economista e sociologo italiano Giovanni Arrighi in Adam Smith in Beijing, gli autori richiamano la distinzione tra due diversi percorsi di sviluppo. Il primo poggia sulla crescita del mercato interno, dell’agricoltura e delle capacità produttive domestiche, a partire dalle quali si sviluppa successivamente il commercio estero. Il secondo assegna invece un ruolo trainante all’espansione verso i mercati esterni, che nella storia si è intrecciata con l’espansione coloniale e militare occidentale. Arrighi ritrova storicamente il primo percorso nello sviluppo cinese e il secondo nell’ascesa delle potenze europee.
Il ragionamento arriva all’economia contemporanea attraverso la teoria del “ciclo del dollaro” elaborata dal generale cinese Qiao Liang. Dopo la fine di Bretton Woods, nelle fasi contraddistinte da un dollaro debole e bassi tassi d’interesse la liquidità tende a dirigersi verso le economie emergenti; quando invece i tassi salgono e il dollaro si rafforza, i capitali invece tendono a tornare verso gli Stati Uniti. Crisi politiche e militari possono accelerare questo movimento. Il meccanismo è relativamente semplice: nelle fasi di forte instabilità internazionale i capitali tendono ancora a cercare sicurezza negli asset denominati in dollari, in particolare nei titoli del Tesoro statunitense. La guerra e le crisi geopolitiche, fomentate in primis dagli Stati Uniti, favoriscono ancora oggi un ritorno di capitali verso gli Stati Uniti, rafforzando la domanda di dollari e contribuendo a finanziare l’economia americana.
Da questo deriva il concetto della “tosatura finanziaria” utilizzata da Qiao Liang: dopo essere affluiti nelle economie emergenti nelle fasi di espansione, i capitali vengono nuovamente attratti verso gli Stati Uniti quando il ciclo si inverte, drenando parte della ricchezza accumulata nella periferia. Le crisi internazionali possono invece accelerare il ritorno verso il centro finanziario statunitense.
Lombardo e Maringiò dedicano poi particolare attenzione alla Cina contemporanea e alla sua strategia di sviluppo, strettamente governata dal Partito Comunista Cinese. La Cina ha cercato di evitare la cosiddetta comparative advantage trap, che può confinare i paesi in via di sviluppo nelle produzioni a basso valore aggiunto, passando progressivamente da uno sviluppo soprattutto quantitativo a uno sviluppo qualitativo. Il collegamento con Smith, passando da Arrighi, sta proprio nella centralità attribuita alla base interna dello sviluppo: anziché affidarsi passivamente ai vantaggi comparati assegnati dalla divisione internazionale del lavoro, la Cina ha costruito e trasformato nel tempo la propria struttura produttiva, accumulando capacità industriali e tecnologiche.
Anche i dati sulla de-dollarizzazione presentanti dal paper mostrano un quadro in continua evoluzione. La quota del dollaro nelle riserve mondiali è diminuita, mentre cresce la diversificazione verso altre valute e verso l’oro. Il renminbi conserva ancora un peso limitato nelle riserve internazionali, ma la Cina ha nel frattempo fortemente ridotto la propria esposizione al debito statunitense. Il dollaro resta ancora centrale, ma il sistema monetario internazionale è meno immobile di quanto apparisse soltanto pochi anni fa.
Un precedente incontro con la WAPE in Svizzera
Alcuni dei temi oggi al centro del dibattito della WAPE erano stati oggetto di confronto anche in Svizzera. Nel 2018, all’Università di Zurigo, il professor Xiaoqin Ding, economista cinese e Segretario generale della WAPE, incontrò Alessandro Lucchini, economista e vice-segretario politico del Partito Comunista svizzero.
Al centro dell’incontro vi furono proprio alcune questioni che ritroviamo nel dibattito attuale: le riforme economiche cinesi, il ruolo internazionale del renminbi e il processo di de-dollarizzazione degli scambi internazionali.
Il Professor Ding continua oggi a ricoprire un ruolo importante nella WAPE ed è Chair Professor e Executive Vice Dean della School of Marxism della Shanghai University of Finance and Economics. La sua recente attività scientifica continua a confrontarsi con le trasformazioni dell’economia mondiale: un suo lavoro del 2025 affronta infatti il rapporto tra economia politica marxista, multipolarismo, imperialismo e innovazione tecnologica.
Conclusione
Il Forum che ogni anni organizza la WAPE offre dunque diversi strumenti per leggere una fase turbolenta e di transizione dell’economia mondiale. Il mondo unipolare guidato dagli Stati Uniti è in declino ma conserva ancora una posizione dominante sul piano finanziario, tecnologico e militare; allo stesso tempo la Cina ha seguito una traiettoria di sviluppo diversa e il suo peso sta contribuendo alla formazione di nuovi rapporti economici internazionali.
La questione del multipolarismo va dunque portata anche sul terreno dell’economia politica. Non basta che esistano più potenze perché cambi la struttura dell’economia mondiale. Per i paesi del Sud globale il punto decisivo è capire se stanno realmente aumentando le possibilità di industrializzarsi, sviluppare le proprie forze produttive, trattenere una quota maggiore del valore prodotto e conquistare maggiore sovranità economica.
Da Smith a Marx, fino alle discussioni della WAPE di oggi, ritorna dunque in fondo una vecchia domanda: da dove viene la ricchezza delle nazioni, chi la produce, chi se ne appropria e come viene distribuita tra le classi e tra i popoli?
