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In memoria di Juliet Shoufani, testimone della Nakba palestinese

Desidero dedicare questo articolo alla mia prozia Juliet Shoufani, scomparsa il 17 agosto 2026 alla veneranda età di 89 anni. Non si tratta unicamente di una questione personale ed emotiva. Credo infatti che la vita di questa donna contenga degli elementi politici e storiografici che meritino di essere diffusi per tenerne viva l’importante memoria storica.

È il 30 ottobre 1948, il giorno dell’undicesimo compleanno di Juliet Shoufani. David Ben Gurion ha proclamato la nascita dello Stato di Israele da sei mesi. Da allora, l’intera regione è in fiamme. Mentre gli eserciti di Siria, Egitto, Iraq, Libano e Giordania tentano invano di raggiungere Tel Aviv (Jaffa), la neonata Haganah – precursore del moderno esercito israeliano – sostenuta dall’Occidente cerca di mantenere il controllo ed allargare i confini della neonata entità statale. Uno degli obbiettivi territoriali primari è la Galilea: una terra strategica che funge da porta alle alture del Golan in Siria e al Libano, ricoperta da terreni fertili e sede dell’importante fonte idrica del Lago di Tiberiade.

Nella conquista della regione, i vertici del movimento sionista compiono una scelta che verrà sintetizzata dal leader Ben Gurion con una celebre frase: “Dobbiamo usare il terrore, l’assassinio, l’intimidazione, la confisca delle terre e l’eliminazione di ogni servizio sociale per liberare la Galilea dalla sua popolazione araba.”

Detto fatto, in autunno l’Haganah (che si era già macchiata di orrendi eccidi nei mesi precedenti) inizia a terrorizzare i villaggi del nord della Palestina. Le città e i villaggi arabi – cristiani o musulmani che siano – vengono assediati, conquistati e depredati. La popolazione ha due scelte: non opporre resistenza ed essere deportata dalle terre che abitano da secoli o tentare di difendersi e venire massacrata dai sionisti.

Davanti a questa scelta si trovano anche gli abitanti del piccolo villaggio arabo-cristiano di Eilabun, che il 30 ottobre 1948 vede per la prima volta i soldati del neonato Stato di Israele marciare per le sue strade. Sebbene la comunità non opponga resistenza, l’Haganah raduna 14 giovani uomini disarmati nella piazza del Paese ed apre il fuoco, uccidendoli tutti. L’IDF affermerà per decenni che i morti fossero 12. Eppure, all’ingresso del piccolo cimitero del villaggio ci sono da sempre due targhe commemorative in più, sulle quali i sionisti rifiuteranno per sempre di dare spiegazioni.

Il destino degli altri abitanti è un po’ meno cruento: la deportazione. Sebbene il prete del paese abbia supplicato più volte il comandante dell’Haganah di lasciare stare le donne ed i bambini, egli rifiuta e manda gli abitanti incolonnati, circa 800 persone, al villaggio di Maghar. Solo poche donne riescono a restare ad Eilabun.

Maghar è solo la prima di una serie di tappe verso la direzione dell’esilio: il Libano. Il padre di Juliet non ci arriverà mai. Arrivati a Kafr ‘Inan, mentre sostano contro il muro di una chiesa, Samhain vede suo figlio piangere per la fame. Per calmarlo, estrae dalla tasca dei pantaloni un pezzo di pane che aveva conservato. Non fa in tempo a porgerlo ad Ibrahim: un colpo di proiettile lo colpisce alle spalle. I soldati dell’Haganah credevano stesse tirando fuori un’arma da fuoco, o almeno così affermeranno.

Poco si sa del destino degli altri abitanti deportati, se non che – nel 1949 – Ibrahim sarà uno dei pochi fortunati a fare ritorno ad Eilabun, insieme a Juliet.

Chiudersi nel dolore sarebbe stata la risposta più scontata. Ma il silenzio non era sicuramente una caratteristica di Juliet, che non si stancherà mai di raccontare la sua storia e la storia di Samhain alle generazioni future. “Lo hanno sempre fatto” ripeteva negli anni mentre alla televisione (o direttamente fuori dalla finestra) osservava i tragici avvenimenti che hanno coinvolto la Palestina dal 1948 oggi. La sua memoria, contenuta in numerose interviste e testimonianze, ci insegna molto. Ci insegna che il problema dell’eterno dramma palestinese non affonda le sue radici nel governo Netanyahu, ma in un vero e proprio processo di pulizia etnica intrapreso con la fondazione dello Stato di Israele e la Nakba del 1948 (se non addirittura prima). Ci mostra il vero volto del sionismo: il volto di chi crede di avere il diritto di decidere chi può o non può vivere su una Terra, il volto di chi sputa in faccia a chi supplica di risparmiare donne e bambini dalla deportazione e dai massacri, il volto di chi tratta un papà con un pezzo di pane al pari di un pericoloso uomo armato. Insomma, il volto di chi forse ha tolto a Juliet il sorriso, ma non l’energia e la forza di denunciare al resto del mondo i crimini dell’entità sionista.

Adam Barbato-Shoufani

Coordinatore della Gioventù Comunista Svizzera dal 2025, Adam Barbato-Shoufani (classe 2008) è studente presso il Liceo Cantonale di Bellinzona dove ricopre anche ruoli sindacali.