Lunedì mattina 10 agosto, nel contesto della settimana di commemorazione del centenario della nascita del leader della Rivoluzione cubana, Fidel Castro Ruz, è stato inaugurato nella capitale dell’Isola ribelle il primo Colloquio Internazionale intitolato “Fidel: eredità e futuro”. Alla sessione inaugurale hanno partecipato oltre 1’500 delegati, tra cui più di 900 stranieri provenienti da 63 paesi, alcuni dei quali pur di accompagnare il popolo cubano in questo difficile momento, hanno sfidato minacce di repressione dei rispettivi governi.
Continuano le brigate giovanili di lavoro volontario
Accanto ai momenti ufficiali, che si svolgono perlopiù nel Palazzo delle Convenzioni dell’Avana, vi sono anche numerose altre attività pratiche solidali con l’isola assediata dall’embargo statunitense: vi è, ad esempio, una brigata giovanile italiana promossa dall’Opposizione studentesca d’alternativa (OSA) che sta svolgendo un periodo di lavoro volontario nei campi agricoli per aiutare i contadini cubani a garantire la sicurezza alimentare dell’Isola. Ad attraversare l’Oriente di Cuba vi sono invece i partecipanti al “Convoy Centenario”: si tratta del terzo convoglio organizzato negli ultimi mesi dalla campagna “Let Cuba Breath” dopo quello di marzo e di maggio che porta medicamenti e beni di prima necessità a un popolo che soffre per non voler cedere ai diktat degli Stati Uniti. Altre brigate di lavoro volontario per sostenere i produttori cubani sono in preparazione e per il nostro Paese sarà l’Associazione Svizzera-Cuba ad occuparsene.
Gli USA assediano Cuba: solo una petroliera russa ha osato sfidare i militari di Trump
Il presidente statunitense Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo, inventandosi che Cuba rappresenterebbe “una minaccia inusuale e straordinaria alla sicurezza nazionale degli USA”, riprendendo le sue vecchie accuse in base alle quali la piccola isola socialista sarebbe addirittura un paese sponsor del terrorismo. Tale decisione nordamericana è stata accompagnata non solo dalla minaccia di sanzionare tutte le nazioni (comprese quelle alleate occidentali) che avrebbero osato fornire greggio all’Isola, ma addirittura dalla militarizzazione da parte statunitense del Mar dei Caraibi per impedire manu militari di avvicinarsi a Cuba. Da allora solo una petroliera russa è riuscita a raggiungere il porto dell’Avana.

Pur di rovesciare il socialismo a Cuba si può accettare un genocidio?
Il governo statunitense ha insomma attuato un salto di qualità nella sua aggressione imperialista: pur di rovesciare il governo del Partito Comunista di Cuba, Washington è disposto a scatenare un disastro umanitario asfissiando l’economia cubana che era già sotto embargo da oltre mezzo secolo: senza petrolio non ci sono trasporti, non c’è energia, non funzionano i refrigeratori, mentre le merci come il cibo e i medicinali deperiscono, ecc. Uno scenario da incubo a cui il popolo cubano, educato al più nobile spirito patriottico, resiste pur di non svendere la propria indipendenza e la propria dignità. L’imperialismo atlantico utilizza insomma la tattica del blocco economico, diventato un vero e proprio assedio: dopo quello palestinese siamo così di fronte a un secondo genocidio “in diretta”, perpetrato con la complicità dell’Unione Europea (che nel giugno scorso ha condannato la vittima, Cuba, che si ostina a non diventare capitalista e non Trump) e nel silenzio della Svizzera, il cui ministro degli esteri Ignazio Cassis è disposto a distruggere la neutralità pur di obbedire agli USA.
Commemorare Fidel significa difendere la patria socialista da Trump
In questo difficile contesto “ostinarsi” a celebrare comunque i 100 anni della nascita di Fidel Castro assume quindi un valore simbolico particolare, perché dimostra agli imperialisti che il popolo cubano non intende cedere e anzi persiste a restare coerente con il percorso rivoluzionario iniziato nel 1959 e che ha permesso ai cittadini cubani di disporre di educazione, sanità e sistema sociale completamente gratuiti.
Il Comandante en jefe, come viene ancora oggi chiamato Fidel Castro a Cuba, deceduto nel 2016 rimane una figura chiave del processo rivoluzionario e un elemento aggregante per le masse popolari. Più volte, Fidel ha elogiato la maturità del popolo cubano che, pur avendo ricevuto “un colpo, una spinta, uno schiaffo, un calcio di fucile, un insulto”, non era stato contaminato dalla vendetta e dall’odio verso il tirannico vicino nordamericano: “Un popolo come questo merita di essere libero, un popolo come questo merita un destino migliore”, disse Fidel a una folla composta per lo più da persone umili, operai e contadini, che il giorno dopo sarebbero tornate alle loro fabbriche, alle loro centrali elettriche e ai loro campi. Fidel, con una lungimiranza sorprendente, avvertì però continuamente il proprio popolo che non sarebbe passato molto tempo prima che “gli insidiosi”, “gli invidiosi”, coloro che avrebbero cercato di “dividere il nostro popolo” e di “seminare discordia” si manifestassero. L’antidoto a questi mali era tanto semplice quanto profondo: essere “servitori, e non sfruttatori del popolo”. Comandanti, ministri, soldati: tutti dovevano essere “perfetti gentiluomini con il popolo”. Questa vocazione al servizio, quest’umiltà che rinuncia alla vanità, è oggi lo scudo morale della Rivoluzione cubana che nonostante il blocco e l’assedio non si arrende al potente vicino aggressivo e arrogante come non mai.
Fidel è ovunque
L’attivista italiana Federica Cresci del gruppo di azione internazionalista “Cuba Mambi” ha affermato: “C’è un pezzo di Fidel nell’Africa che combatté il colonialismo e l’apartheid. C’è nella Palestina alla quale Cuba non ha mai smesso di riconoscere il diritto alla dignità e all’autodeterminazione. C’è nei popoli latinoamericani che hanno tentato di sottrarsi alla condizione secolare di cortile di casa degli Stati Uniti”.
Lo stesso concetto aveva indicato il segretario dei comunisti svizzeri Massimiliano Ay in un suo articolo apparso sul Granma per il primo anniversario della morte: “Senza Fidel, molti popoli africani, martoriati dal colonialismo, non avrebbero potuto conquistare la loro indipendenza e sovranità. […] Non dobbiamo nemmeno dimenticarci la possibilità offerta dal governo di Fidel agli studenti di origine sociale modesta di tutta l’America latina e dell’Africa di studiare gratuitamente all’Avana, laureandosi in medicina, in ingegneria, in architettura, tornando poi nei rispettivi paesi al servizio degli ultimi creati dal modello di sviluppo capitalista. E che dire dei medici cubani inviati ancora di recente nella Siria martoriata dai cosiddetti ribelli ‘democratici’ (sostenuti anche dalla sinistra europea) che hanno poi spianato la strada all’ISIS? Per non parlare dei programmi pedagogici cubani a sostegno della campagna contro l’analfabetismo promosso in Venezuela dal presidente Hugo Chavez, dopo che Cuba nel 1961 è stata grazie alla Rivoluzione il primo territorio dell’America Latina libero dall’analfabetismo. In tutto ciò vive Fidel!”

Il primo segretario del Partito Comunista di Cuba e presidente della Repubblica Miguel Diaz-Canel di fronte all’enorme platea internazionale ha ricordato: “Studiare e assumere con convinzione l’immensa opera del Comandante en jefe, tanto nel pensiero quanto nell’azione, è una necessità impellente per tutti noi che siamo impegnati a promuovere trasformazioni economiche e sociali capaci di fermare il processo di soffocamento a cui è sottoposta la Rivoluzione cubana, nell’ambito di una guerra criminale che dura ormai da oltre sei decenni. Salvare la Rivoluzione cubana da una delle minacce più gravi che abbia affrontato in 67 anni, sotto aggressioni di ogni tipo, è la più grande sfida della nostra generazione e ci onora assumerla, convinti che vinceremo. Preservare le conquiste che la Rivoluzione e il socialismo hanno dato a questo popolo eroico, spezzare tutti gli accerchiamenti che intendono annientare la nazione come punizione collettiva per la sua dignità, la sua resistenza e la sua decisione di non arrendersi all’impero più potente della storia, è il primo omaggio che dobbiamo a Fidel, nato 100 anni fa in un Paese segnato dall’ingiustizia, dalla disuguaglianza e dalla dipendenza, una dolorosa realtà che egli si promise di cambiare fin dagli anni in cui era uno studente universitario ribelle e loquace”.
