L’astio verso l’Argentina era davvero soltanto calcio? Come funziona la narrazione liberal: personificazione, polarizzazione e occultamento del sistema

La finale del Mondiale di calcio del 2026 tra Spagna e Argentina è stata vissuta come qualcosa di molto più importante di una semplice partita di pallone. La vittoria spagnola non è stata raccontata soltanto come il successo di una nazionale migliore sul campo, ma come una sorta di vittoria morale e politica. Dall’altra parte, la sconfitta argentina è stata accolta come la sconfitta simbolica del blocco politico rappresentato da Javier Milei, Donald Trump e Benjamin Netanyahu e, più in generale, del sionismo e della destra internazionale.

L’Argentina non era più soltanto una squadra di calcio. Era diventata un simbolo politico e morale negativo, il contenitore di un insieme di significati che andavano dall’arroganza sportiva al favore arbitrale, dall’autoritarismo al sionismo. Non sorprende, in questo contesto, che una petizione online per escludere l’Argentina dai futuri Mondiali abbia raccolto in pochi giorni circa 23 milioni di firme. E soprattutto, per una parte della sinistra occidentale, tifare contro l’Argentina è stato vissuto come una presa di posizione “antifascista”.

La domanda da porsi è dunque perché così tante persone siano state portate a tifare contro l’Argentina e ad attribuire alla sua eventuale sconfitta un significato politico e morale che andava ben oltre il calcio. Attraverso quali passaggi è stato possibile trasformare una nazionale di calcio, un popolo e un intero Paese nella rappresentazione simbolica del proprio presidente e dei suoi alleati internazionali? E perché l’indignazione verso le politiche genocidarie perpetrate a Gaza dall’entità sionista ha potuto concentrarsi sulla nazionale argentina, fino a trasformare la sua sconfitta sportiva in una vittoria simbolica?

La partecipazione della nazionale argentina al mondiale culminata con la finale con la Spagna ha costituito un laboratorio sociale nel quale è stato possibile osservare, in forma particolarmente nitida, un meccanismo più generale attraverso cui la narrazione liberal contemporanea (diventata mainstream perché funzionale al mantenimento del sistema unipolare atlantico e neoliberale) costruisce il consenso:

personificazione → polarizzazione → occultamento del sistema.

Prima un Paese viene identificato con il proprio leader; poi il conflitto viene trasformato in una contrapposizione morale tra buoni e cattivi, democratici e autoritari, “fascisti” e “antifascisti”. Infine, concentrando l’attenzione sui rappresentanti del potere, scompaiono dall’analisi le strutture economiche e sociali, i rapporti di classe, il sionismo e l’imperialismo e, più in generale, il sistema che produce quei conflitti.

La personificazione dei conflitti

La personificazione è una semplificazione molto efficace perché evita di affrontare la complessità della storia e dei rapporti di potere.

Se il problema è Milei, non occorre interrogarsi sulle strutture del neoliberismo argentino e sulla dipendenza economica imposta all’America Latina dall’imperialismo occidentale. Se il problema è Netanyahu, non è necessario analizzare il sionismo e il carattere coloniale dello Stato israeliano. Se il conflitto in Ucraina è spiegato dalle mire espansioniste del “neo-zar” o “neo-Stalin” Putin, si può evitare di discutere dell’espansione della NATO. Se il problema sono i problemi psicologici di un eccentrico e scafato Trump allora il problema non è l’imperialismo statunitense.

Non si tratta ovviamente di negare le responsabilità dei singoli dirigenti. Significa riconoscere che nessun conflitto storico può essere spiegato attraverso la sola psicologia delle persone che governano.

Quando necessario al sistema, la personificazione può inoltre essere ulteriormente rafforzata attraverso un processo di omologazione del popolo. Una volta identificato un Paese con il proprio leader, anche la società tende progressivamente a essere rappresentata come un corpo omogeneo, moralmente coincidente con il governo che la guida. Le differenze politiche, culturali e sociali interne vengono così oscurate, consentendo di estendere il giudizio sul gruppo dirigente all’intera popolazione. Tale processo risulta particolarmente efficace quando occorre ridurre la solidarietà internazionale verso un determinato Paese o rendere più accettabili processi di isolamento politico, repressione sociale o perdita della sovranità nazionale.

Dalla personificazione alla polarizzazione tra “fascisti” e “antifascisti”

La personificazione dei conflitti perpetrata dalla narrazione liberal mainstream svolge una funzione ulteriore: rende possibile una polarizzazione morale estremamente efficace. Se una nazione coincide con il suo leader, allora anche il giudizio politico si riduce a una scelta binaria. Si è con o contro Milei. Con o contro Netanyahu. Con o contro Putin. Con o contro Trump. Il dibattito non riguarda più i sistemi economici, i rapporti di forza internazionali o l’imperialismo, ma l’adesione emotiva a una figura politica.

In questa impostazione si inserisce come la narrazione liberal mainstream ha trasformato il concetto di fascismo in una categoria soprattutto psicologica. Fascista è genericamente il leader aggressivo, autoritario, volgare, nazionalista, carismatico.

Una volta trasformato in etichetta, diventa facile applicarlo a chiunque debba essere percepito come il nuovo “cattivo” della politica internazionale. La contrapposizione fascismo-antifascismo non descrive più sistemi politici differenti, ma produce appartenenze emotive. Si tifa come nello sport: da una parte i buoni, dall’altra i cattivi.

Il carattere individuale prende il posto dell’analisi dei rapporti sociali. La democrazia viene identificata con il rispetto che i vari leader hanno delle procedure liberali egemoni, mentre il fascismo diventa ogni forma di potere che quelle procedure mette in discussione, sia verso destra ma anche, per assurdo, verso sinistra.

Questa concezione non è politicamente neutrale. Permette infatti di rappresentare le nazioni e i suoi popoli che, pur con molte ambiguità, si scostano dall’ordine unipolare come autoritarie e moralmente riprovevoli, facendo discendere il giudizio sull’intero Paese dall’immagine attribuita al suo leader. Il conflitto tra imperialismo e multipolarismo viene così ricondotto a una contrapposizione morale tra democrazie e autocrazie, in virtù dell’immagine costruita attorno ai rispettivi leader, di qualsiasi orientamento ideologico siano.

Allo stesso tempo, l’antifascismo svuotato della propria dimensione storica e sociale, diventa dunque uno strumento di legittimazione dell’ordine neoliberale esistente. Il leader autoritario viene presentato come un’anomalia esterna al sistema, non come il prodotto di specifici rapporti economici e politici. Sconfiggerlo o sostituirlo può quindi apparire sufficiente.

L’occultamento del sistema

La personificazione e la polarizzazione non costituiscono il punto di arrivo della narrazione liberal mainstream. Sono gli strumenti attraverso cui si realizza il terzo passaggio del meccanismo: l’occultamento del sistema.

Se il conflitto viene rappresentato come uno scontro tra “fascisti” e “antifascisti” fuori tempo massimo, il cambiamento coincide semplicemente con la sostituzione dei primi con i secondi. Non occorre più interrogarsi sulle strutture economiche, sui rapporti di classe e sull’imperialismo. Basta cambiare il volto che rappresenta il sistema, lasciando il sistema economico, sociale e istituzionale sostanzialmente intatto.

La critica politica viene così spostata dalle strutture ai loro rappresentanti. Il problema non è più il neoliberismo, ma Milei. Non è più l’imperialismo statunitense, ma Trump. Non è più il sionismo e il carattere coloniale dello Stato israeliano, ma Netanyahu.

Non si tratta ovviamente di negare le responsabilità dei singoli leader. Si tratta di comprendere la funzione ideologica che la loro personalizzazione può assumere.

Non è un caso se negli ultimi mesi una parte crescente della narrazione liberal e dei media mainstream occidentali abbia progressivamente spostato il fuoco della critica da Israele a Benjamin Netanyahu. Nell’opinione pubblica il problema tende così a essere identificato sempre meno con il progetto sionista e sempre più con la figura del primo ministro. La prospettiva implicita diventa quella di un Israele “post-Netanyahu”: cambiato il leader, il sistema ripulito nell’immagine può essere percepito come nuovamente legittimo.

La personificazione offre quindi al sistema capitalista, soprattutto nella sua variante odierna, la possibilità di rinnovarsi senza trasformarsi. Quando un leader diventa troppo compromesso, può essere isolato, delegittimato e infine sostituito. La sua caduta viene presentata come una vittoria politica e morale, oltre che democratica, mentre le strutture economiche, militari, giudiziarie e imperialiste che lo hanno prodotto continuano a esistere.

L’occultamento del sistema non avviene dunque attraverso il silenzio, ma attraverso una sovraesposizione delle figure chiamate a rappresentarlo. Più l’attenzione viene concentrata sui singoli protagonisti o sui simboli, meno diventa visibile il sistema che quei conflitti produce e rende possibili.

Il Mondiale di calcio come laboratorio sociale

Il campionato mondiale di calcio culminato con la finale tra Spagna e Argentina costituisce un esempio particolarmente efficace del meccanismo appena descritto. In poche settimane è stato infatti possibile osservare, in forma concentrata, la successione dei tre passaggi attraverso cui la narrazione liberal mainstream costruisce il consenso: personificazione, polarizzazione e occultamento del sistema.

Il primo passaggio è stato la personificazione.

L’Argentina ha progressivamente smesso di essere percepita come una società complessa, attraversata da profonde contraddizioni politiche, economiche e sociali. La sua nazionale di calcio, trasformata in quel contesto nel volto simbolico dell’intero Paese, è diventata la “nazionale di Milei”. L’identificazione, però, non si è fermata qui. Attraverso la figura del presidente argentino, la squadra è stata progressivamente associata anche ai suoi principali alleati internazionali. È così diventata il simbolo di un intero campo politico: Javier Milei, Donald Trump, Benjamin Netanyahu, il sionismo e la destra internazionale.

Il secondo passaggio è stato la polarizzazione.

La Spagna è stata progressivamente collocata nel campo dei “buoni”. Il governo di Pedro Sánchez aveva riconosciuto lo Stato di Palestina (riconoscimento che, vale la pena ricordarlo, l’Argentina aveva formalizzato già nel 2010), assunto posizioni critiche verso Israele e mantenuto una linea relativamente più autonoma rispetto a molti governi europei. Questi elementi, appartenenti alla politica estera del governo spagnolo, sono stati trasferiti simbolicamente sulla nazionale di calcio.

La finale è stata così trasformata in una rappresentazione morale. Da una parte la Spagna progressista di Sánchez, democratica e solidale con la Palestina. Dall’altra l’Argentina identificata con Milei, Trump e Netanyahu.

Il terzo passaggio è stato l’occultamento del sistema.

Per alcune settimane, infatti, il Mondiale ha funzionato come un vero e proprio laboratorio sociale capace di coinvolgere emotivamente centinaia di milioni di persone. Attraverso una progressiva catena di identificazioni – dalla nazionale argentina a Lionel Messi, da Messi a Javier Milei, da Milei a Donald Trump e infine a Benjamin Netanyahu – una parte dell’indignazione suscitata dal massacro del popolo palestinese veniva progressivamente spostata dal sistema politico e coloniale che lo rende possibile alla realtà che, in quel momento, ne era diventata la personificazione simbolica: la nazionale argentina.

L’indignazione non veniva repressa. Al contrario, veniva mantenuta viva e persino alimentata. Ciò che cambiava era il modo in cui trovava espressione. La condanna della nazionale argentina poteva apparire come una forma di opposizione al sistema rappresentato simbolicamente da Milei, Trump e Netanyahu. Proprio questo spostamento contribuiva però a sostituire la critica di sistema con la critica dei soli suoi simboli.

Il risultato è stato un depotenziamento della critica sistemica. L’energia politica rimaneva intatta, ma il suo potenziale trasformativo veniva ridotto, perché una parte significativa di essa era progressivamente canalizzata verso la nazionale argentina, ormai trasformata nella rappresentazione simbolica e nel principale bersaglio della condanna morale.

Proprio per questo il Mondiale del 2026 rappresenta qualcosa di più di una semplice politicizzazione dello sport. Costituisce un caso di studio che permette di osservare, in una forma particolarmente nitida, il funzionamento e le conseguenze della narrazione liberal mainstream. Se un simile spostamento dell’indignazione è stato possibile in occasione di una partita di calcio, è la dimostrazione che lo stesso dispositivo possa operare anche in altri contesti della vita di tutti i giorni. È il totalitarismo liberale in azione: l’espressione più compiuta dell’egemonia culturale del capitale, capace di occupare ogni spazio della società civile, capace di estendere il proprio dominio ben oltre le istituzioni politiche, penetrando nella cultura, nell’informazione, nello sport e nella vita quotidiana e di orientare persino le modalità attraverso cui si manifesta l’opposizione all’ordine esistente.

La finale tra Spagna e Argentina non è stata quindi soltanto una partita di calcio. È diventata il laboratorio nel quale si è potuto osservare come la personificazione produca la polarizzazione e come, attraverso entrambe, diventi possibile occultare il sistema, vero responsabile di ogni genocidio, guerra o conflitto compresi quelli di classe.

Costruire il popolo da odiare

La personificazione del leader è spesso sufficiente a produrre polarizzazione e occultamento del sistema. Quando necessario, tuttavia, la narrazione liberal mainstream si spinge oltre. Per rafforzare ulteriormente questo meccanismo, non si limita a identificare il Paese con il proprio governo, ma tende anche a omologarne la popolazione, trasformandola in un soggetto collettivo privo di contraddizioni interne e quindi moralmente giudicabile nel suo insieme.

Nel recente caso argentino, la narrazione ha progressivamente selezionato e valorizzato gli elementi compatibili con la rappresentazione di una società composta quasi esclusivamente da bianchi, privilegiati, razzisti e culturalmente omogenei.

Una volta costruita questa rappresentazione semplicistica, la condanna politica non colpisce più soltanto Javier Milei, ma tende a estendersi simbolicamente all’intera popolazione argentina. La critica delle scelte di un governo si trasforma così, progressivamente, attraverso un processo metonimico, nella delegittimazione morale di un’intera nazione

Questa operazione non rafforza soltanto la polarizzazione, ma svolge anche un’ulteriore funzione politica. Se un intero popolo viene rappresentato come moralmente corresponsabile delle scelte del proprio governo, diventa più difficile che, di fronte ai prevedibili futuri inasprimenti della repressione sociale, alla perdita della sovranità nazionale o alla svendita del patrimonio pubblico – come purtroppo è plausibile nel caso argentino – esso susciti solidarietà internazionale. Tali sviluppi rischiano invece di essere percepite come conseguenze naturali e perfino meritate da quello stesso popolo.

L’Argentina oltre la rappresentazione

Perché questo laboratorio narrativo potesse funzionare, era necessario che l’Argentina cessasse di apparire come una società complessa. La personificazione richiede infatti una drastica semplificazione della realtà: una nazionale di calcio deve poter coincidere con il volto del proprio capitano, un intero Paese deve poter coincidere con il volto del proprio presidente.

Ma l’Argentina reale sfugge a questa rappresentazione. Si tratta infatti di una società attraversata da profonde contraddizioni, segnata da una lunga e radicata tradizione peronista, che ha inciso in modo decisivo sulla costruzione dell’identità popolare e nazionale e sull’organizzazione del movimento sindacale. Accanto a questa tradizione agiscono movimenti femministi e ambientalisti, organizzazioni popolari, forze della sinistra e una memoria collettiva costruita anche attraverso la lotta contro la dittatura militare. Ridurre questa pluralità alla figura di Javier Milei significa cancellare proprio quelle forze sociali e politiche che quotidianamente si oppongono alle sue politiche.

Anche la nazionale argentina di calcio, nonostante la narrazione, non si è comportata come una semplice estensione del suo governo. Durante il Mondiale ha infatti compiuto un gesto difficilmente conciliabile con la rappresentazione costruita attorno ad essa. Dopo la vittoria contro l’Inghilterra, i giocatori hanno esposto lo striscione «Las Malvinas son argentinas», riportando al centro della scena una rivendicazione nazionale e squisitamente anti-imperialista.

Il Partito Comunista dell’Argentina (PCA) ha addirittura sottolineato come “quella rivendicazione, bandiera alla mano, ha messo molto più in difficoltà il governo neocoloniale di Javier Milei di quanto non abbiano fatto le iniziative dell’opposizione in Parlamento o della dirigenza burocratica della CGT”. Sulla stessa linea d’onda si trova, eccezionalmente, anche il maoista Partito Comunista Rivoluzionario dell’Argentina (PCR) che tramite i suoi media giudica l’esposizione dello striscione addirittura “un fatto storico” simbolo del “profondo sentimento patriottico presente nel nostro popolo e dell’odio verso i pirati imperialisti inglesi” ma che, al contempo, “ha messo in evidenza il carattere svendipatria di Milei e dei suoi complici”, specificando che “mentre Milei si inchina agli interessi britannici e rivendica la figura della criminale di guerra Margaret Thatcher, il popolo e i giocatori hanno ricordato che la memoria dei nostri caduti non è negoziabile”.

Si è trattato probabilmente dell’unico gesto apertamente politico compiuto durante il torneo, poiché effettuato contro il proprio stesso governo. Eppure ha ricevuto un’attenzione mediatica decisamente inferiore rispetto ad altri episodi perfettamente coerenti con la narrazione dominante.

Questa distinzione è stata rivendicata anche da ampi settori della società argentina. Movimenti sociali, organizzazioni politiche (fra cui il PCA), veterani delle Malvinas, artisti, ricercatori e numerose personalità della cultura hanno ribadito negli ultimi mesi un concetto semplice ma fondamentale:

«La Selección es del pueblo, no del gobierno.»

Questa complessità sociale e politica costituiva dunque un ostacolo al funzionamento della personificazione. Per questo tendeva a scomparire dalla rappresentazione pubblica.

La forza della narrazione liberal mainstream non consiste infatti per forza nel falsificare completamente la realtà, ma nel selezionarne, spesso attraverso algoritmi ben congeniati, soltanto gli elementi compatibili con il racconto che intende costruire. Tutto ciò che introduce contraddizioni, sfumature o elementi di complessità viene progressivamente marginalizzato.

Non è un caso se quasi nessun media internazionale ha citato quanto la stampa di opposizione argentina riportava, ad esempio che “dal gol di Maradona nel 1986, vissuto dal popolo come una rivincita simbolica sulla sconfitta militare, alle molteplici manifestazioni popolari che hanno rivendicato le Malvinas in ogni incontro sportivo, il calcio è stato uno spazio in cui si condensano profonde tensioni storiche, ed è diventato anche una forza aggregante e diffusiva di energie anti-imperialiste”.

Questa rimozione non riguarda infatti soltanto la storia politica argentina, ma anche la sua collocazione nello scenario internazionale. L’Argentina è un Paese dotato di immense risorse strategiche – dal litio alle riserve energetiche, fino al controllo di aree marittime di grande valore economico – e occupa una posizione centrale nell’attuale competizione internazionale.

La questione delle Malvinas non riguarda soltanto una controversia territoriale con il Regno Unito, ma anche il controllo delle risorse dell’Atlantico meridionale e delle prospettive di sfruttamento petrolifero. Un esempio concreto è rappresentato dal progetto Sea Lion, guidato dalla società israeliana Navitas Petroleum insieme alla britannica Rockhopper Exploration sulla base di licenze concesse dalle autorità britanniche delle isole. Il progetto prevede l’estrazione di centinaia di milioni di barili di petrolio e potrebbe assicurare ingenti entrate economiche all’amministrazione delle Malvinas, contribuendo così anche al consolidamento materiale della presenza britannica nell’Atlantico meridionale. Non va peraltro qui scordato pure l’elemento strategico dal punto di vista militare: sulle isole Malvinas, 48 km a sud-ovest di Puerto Argentino, è infatti presente l’importante base della Royal Air Force di Mount Pleasant che opera in modo pienamente interoperabile con la NATO. Non a caso, il Partito Comunista dell’Argentina sostiene che «il giusto e storico reclamo per le Malvinas […] non può essere separato dalla lotta contro la cessione della sovranità che oggi porta avanti il governo neocoloniale di Javier Milei», denunciando come l’usurpazione britannica delle isole e il saccheggio delle risorse petrolifere siano parte di un medesimo processo di subordinazione dell’Argentina agli interessi imperialisti.

In questa prospettiva assume particolare rilievo uno dei primi provvedimenti del governo Milei: il tentativo di abrogare la legge che limita la proprietà straniera delle terre rurali, comprese quelle situate in aree di frontiera, in prossimità di risorse idriche o in territori di particolare valore strategico.

Ma la centralità dell’Argentina non dipende soltanto dalla ricchezza delle sue risorse. Essa deriva anche dalla sua collocazione nel processo di ridefinizione degli equilibri internazionali. Prima dell’elezione di Milei, il governo argentino aveva avviato un progressivo avvicinamento ai principali organismi della cooperazione multipolare: l’ingresso nei BRICS era stato formalmente approvato per il 1° gennaio 2024; nel 2022 Buenos Aires aveva aderito alla Belt and Road Initiative promossa dalla Cina, nel 2023 aveva avviato il processo di adesione alla New Development Bank dei BRICS ed in generale l’Argentina aveva intesificato le relazioni economiche e finanziarie con Cina, Russia e altri paesi emergenti. L’elezione di Milei, e l’arresto dell’ex-mandataria Cristina Fernández de Kirchner, ha invece segnato una netta inversione di rotta.

In questo contesto, una rappresentazione che riduca l’Argentina a “Paese di Milei” o, addirittura, a un intero popolo naturalmente identificato con la destra internazionale, produce effetti politici precisi: rende più difficile riconoscere le ragioni di eventuali rivendicazioni di sovranità nazionale, le quali sarebbero additate dalla narrazione come volgari mire “nazionalistiche”, e indebolisce la solidarietà internazionale nei confronti delle forze sociali che si oppongono tanto alle politiche del governo quanto ai processi di subordinazione economica e geopolitica, la perdita di sovranità, la privatizzazione delle risorse strategiche o l’allineamento agli interessi delle potenze occidentali.

L’occultamento del sistema finisce così per distogliere l’attenzione dalle contraddizioni interne dell’Argentina e oscurare il conflitto reale che attraversa il Paese sia sul piano interno sia sul piano della sua collazione internazionale.

Messi con la kippah: quando un’immagine diventa una narrazione

Uno dei recenti esempi più efficaci del funzionamento della narrazione liberal mainstream è rappresentato dalla fotografia di Lionel Messi con una kippah. L’immagine è autentica, ma il suo significato cambia completamente se ricollocata nel proprio contesto. La fotografia risale all’agosto 2013 e fu scattata durante il Peace Tour del club sportivo del Barcellona, un’iniziativa che prevedeva incontri sia con bambini israeliani sia con bambini palestinesi, comprese visite in Cisgiordania. Durante il mondiale quell’unica immagine è stata invece riproposta migliaia di volte sui social network come simbolo della vicinanza di Messi a Israele. Attraverso un processo di personificazione, l’immagine del capitano argentino è stata così estesa alla nazionale argentina e, infine, all’intero Paese.

La narrazione emerge però soprattutto da ciò che viene escluso. Messi non era l’unico protagonista di quel viaggio: alla stessa iniziativa avevano preso parte – tra gli altri – anche Xavi Hernández e Andrés Iniesta, simboli – a quel tempo – della nazionale spagnola. Eppure, durante il Mondiale del 2026, soltanto le immagini di Messi sono tornate a circolare con insistenza, mentre quelle che ritraevano i due campioni spagnoli sono rimaste sostanzialmente assenti dal dibattito pubblico. La loro diffusione avrebbe infatti incrinato la rappresentazione di una Spagna identificata con la causa palestinese contrapposta a un’Argentina associata a Israele.

Stiamo parlando dello stesso Messi che viene citato su “Nuestra Propuesta”, giornale marxista e anti-sionista, che loda il calciatore per aver rilasciato la seguente dichiarazione alle telecamere a margine di una partita: «la gente non arriva alla fine del mese e lotta ogni giorno per tirare avanti». Parole che Milei non ha gradito. Ed è sempre “Nuestra Propuesta” a ricordare come sia stato il difensore argentino Romero (così come anche Lisandro Martínez), al momento di ricevere la medaglia, ad aver “rifiutato di stringere la mano a colui che guida il regime criminale degli Stati Uniti”.

Parole di encomio sono arrivate anche dal settimanale marxista-leninista “Hoy” che qualifica Messi, “insieme a Maradona”, come “uno dei due migliori calciatori della storia” esaltandone le doti di capitano di una Nazionale che “ha dimostrato che la solidarietà e il lavoro collettivo sono superiori all’individualismo”.

Conclusione

La rappresentazione della nazionale argentina durante il Mondiale del 2026 e, in particolare, la narrazione costruita attorno alla finale contro la Spagna, non rappresentano un’eccezione. Proprio perché si sono sviluppate in un contesto di straordinaria partecipazione emotiva, hanno costituito un laboratorio sociale nel quale è stato possibile osservare con particolare chiarezza il funzionamento di un meccanismo che caratterizza sempre più spesso la costruzione del consenso.

Attraverso la personificazione, i conflitti vengono ricondotti ai loro protagonisti; i popoli finiscono per essere identificati con i propri leader e le società vengono ridotte a un’unica rappresentazione politica; attraverso la polarizzazione, essi vengono trasformati in uno scontro morale tra “buoni” e “cattivi”; infine, attraverso l’occultamento del sistema, l’attenzione si sposta dalle strutture economiche, politiche e ideologiche che producono quei conflitti – così come dagli interessi geopolitici e materiali che li attraversano – ai soggetti che, di volta in volta, ne diventano il volto pubblico.

Da una prospettiva marxista, questo processo assume un significato preciso. L’ideologia può agire attraverso la disinformazione e la manipolazione esplicita dei fatti, ma anche attraverso meccanismi più sottili: la selezione degli elementi da mostrare sul piano giornalistico, la loro decontestualizzazione e la rimozione delle contraddizioni che disturbano la narrazione dominante (e spesso pure unica). La realtà non viene quindi soltanto falsificata; viene anche frammentata e ricomposta in forme di coscienza nelle quali le contraddizioni del capitalismo e dell’imperialismo appaiono come il risultato dell’azione di singoli individui, anziché come espressione di rapporti sociali e di classe.

L’indignazione, umanamente condivisibile, in questo modo non viene soppressa ma riorientata e depotenziata affinché non possa avere sbocchi politici di reale entità. La critica rimane così confinata entro i limiti compatibili con la riproduzione del sistema, perché colpisce i suoi rappresentanti senza mettere realmente in discussione i rapporti di forza che essi incarnano, né le strutture economiche e geopolitiche che ne orientano l’azione.

La nazionale di calcio argentina è stata, nel corso del Mondiale, uno dei terreni sui quali questo meccanismo è apparso con maggiore evidenza. Ma il punto centrale non è l’Argentina. Il punto centrale è comprendere come oggi un evento sportivo possa diventare il luogo nel quale si sperimentano e si consolidano forme di costruzione del consenso destinate a riprodursi ben oltre il calcio.

È proprio questa capacità di trasferire e riorientare l’indignazione collettiva verso obiettivi simbolici a costituire uno degli strumenti più efficaci attraverso cui l’ordine esistente preserva la propria legittimità e assimila entro i suoi paradigmi la sinistra, i sindacati, i movimenti antifascisti, ecc. Quando un intero popolo viene identificato con il proprio governo o con il proprio leader e trasformato in un soggetto politico apparentemente omogeneo, diventa inoltre più difficile riconoscere le contraddizioni interne a quella società, costruire solidarietà internazionale con le forze che vi si oppongono e comprendere le dinamiche materiali che ne attraversano la storia.

Oltre alla funzione di depotenziamento del conflitto e di occultamento delle sue radici sistemiche, questo meccanismo sembra svolgere una duplice funzione politica. Da un lato, contribuisce a spostare l’attenzione da conflitti nei quali le contraddizioni dell’imperialismo e del capitalismo emergono con particolare evidenza, primo fra tutti quello israelo-palestinese; dall’altro, può produrre effetti politici e geopolitici direttamente riferiti all’Argentina.

L’isolamento dell’Argentina, perlomeno sul piano culturale e simbolico, può contribuire a un’ulteriore frammentazione dell’America Latina, ostacolando la costruzione di una coscienza e di una solidarietà continentali. Una simile dinamica finirebbe oggettivamente per favorire gli Stati Uniti, storicamente interessati al mantenimento della propria egemonia nella regione, tanto più in una fase nella quale non può essere esclusa la possibilità di nuove forme di ingerenza, destabilizzazione o intervento nei Paesi latinoamericani.

Questo processo potrebbe avere conseguenze anche sul piano interno. La percezione di essere isolata e collettivamente condannata dal resto del mondo potrebbe incidere psicologicamente sulla resistenza popolare argentina, alimentando un sentimento di abbandono e indebolendo la fiducia nella possibilità di costruire alleanze e ricevere solidarietà dall’esterno. Tale condizione non determinerebbe automaticamente l’inazione, ma potrebbe rendere più difficile la mobilitazione contro un’eventuale svolta autoritaria.

La narrazione liberal mainstream non elimina il conflitto: lo ridefinisce. La contrapposizione tra capitale e lavoro e tra imperialismo e multipolarismo viene sostituita da una polarizzazione morale, a volte quasi psicologica, tra buoni e cattivi, democratici e autoritari, “fascisti” e “antifascisti” che ha l’obiettivo di occultarne le radici materiali, sistemiche e di classe, senza smascherare le quali sono però del tutto impossibili non solo le rivoluzioni, ma le stesse riforme. Il caso argentino mostra così come la battaglia per l’interpretazione degli eventi non sia separabile dalla lotta politica: comprendere e rendere visibili le contraddizioni che la narrazione dominante occulta costituisce il presupposto indispensabile di qualsiasi trasformazione reale.

Alessandro Lucchini

Alessandro Lucchini, economista, è vice-segretario del Partito Comunista (Svizzera) e membro della World Association of Political Economy (WAPE). Dal 2012 è consigliere comunale, attualmente nella città di Bellinzona.