Espellere le multinazionali straniere, ridurre gli stipendi dei politici e aumentare quelli del popolo: in Burkina Faso tutto questo sta diventando realtà. Protagonista di questa svolta è l’ufficiale trentaquattrenne Ibrahim Traoré, salito al potere il 30 settembre 2022. A tre anni di distanza dal fatidico giorno che lo portò al potere tentiamo di delineare il profilo di colui che già in molti considerano l’erede politico di Thomas Sankara, il leggendario rivoluzionario africano.
Il Burkina Faso e la sua tradizione di lotta
Che il Burkina Faso sia un Paese storicamente emblematico della lotta contro l’imperialismo occidentale in Africa è cosa nota ai comunisti tanto quanto lo è alle multinazionali straniere che da decenni tentano di sfruttare le sue risorse.
La figura del rivoluzionario marxista Thomas Sankara, leader del Paese dal 1983 fino al suo assassinio nel 1987, ha ispirato decine di generazioni burkinabé ed africane. Dopo secoli di sottomissione ai padroni europei, la liberazione del Burkina Faso e dell’intero continente africano dalle ingerenze neocoloniali sembrava finalmente possibile grazie alle lotte rivoluzionarie intraprese dal presidente “più povero del mondo”, così soprannominato dato che gli unici beni in suo possesso si rivelarono essere un conto in banca di circa 150 dollari, una chitarra e la casa in cui era cresciuto.
I piani sui quali Sankara si mosse nella promozione del suo progetto anticoloniale e socialista furono principalmente tre. Sul piano internazionale, il leader rifiutò di pagare il debito di epoca coloniale, in modo da rendere il Burkina autosufficiente e libero da importazioni forzate. Sul piano culturale, promosse l’uso della lingua e delle tradizioni locali, al punto da rinominare lui stesso il Paese in “Burkina Faso” (“Terra degli uomini integri”) rifiutando il nome imposto dai francesi in epoca coloniale. Sul piano socioeconomico, Sankara lanciò una campagna di alfabetizzazione a livello nazionale, attuò la redistribuzione dei terreni agricoli, costruì ferrovie e strade e mise al bando le mutilazioni genitali femminili, i matrimoni forzati e la poligamia. Fu uno dei primi presidenti africani, se non addirittura il primo, a riconoscere la parità dei diritti fra i sessi e coinvolse le donne nella realtà politica ed economica del Paese.
A seguito dell’uccisione del leader marxista, orchestrata da USA, Francia e Regno Unito come risposta alle politiche anticolonialiste, il Burkina Faso ha vissuto un lungo periodo di profonda instabilità economica e politica. Le potenze euroatlantiche, una volta eliminato il loro ostacolo, ricominciarono a sfruttare le risorse e la popolazione, stampando moneta coloniale e sopprimendo ogni tentativo di resistenza tramite governi fantoccio.
Dittature sanguinarie, terrorismo e guerra civile sono stati pane quotidiano per il popolo burkinabé, il quale ha continuato a sperare nel ritorno di una guida che liberasse il Paese e portasse avanti le lotte intraprese da Sankara.
Tali speranze, coltivate per quasi quarant’anni, diedero i loro primi frutti nell’autunno del 2022, quando un giovane ufficiale dell’esercito burkinabé giunse alla guida del Paese con un colpo di stato: Ibrahim Traoré.
La guerra della NATO in Libia e le conseguenze sul Burkina Faso
Nel 2011, l’intervento militare della NATO in Libia – una guerra d’aggressione illegale che portò alla caduta di Mu’ammar Gheddafi – destabilizzò profondamente l’intera regione. La dissoluzione del controllo statale libico permise la proliferazione di milizie fondamentaliste e il dilagare del traffico d’armi, alimentando l’espansione dei gruppi jihadisti in diversi Paesi dell’Africa occidentale, incluso il Burkina Faso.
A partire dal 2015, il Paese si trovò coinvolto in una vera e propria guerra contro i miliziani affiliati allo Stato Islamico e ad Al-Qaida. La gestione fallimentare della crisi da parte del presidente Roch Marc Christian Kaboré suscitò un crescente malcontento, sia all’interno delle forze armate che nella popolazione civile.
Nel gennaio del 2022, tale malcontento si tradusse in un colpo di stato; Kaboré venne destituito dalla carica ed il suo posto fu assegnato al colonnello Paul-Henri Sandaogo Damiba. Anche quest’ultimo, però, deluse le aspettative di chi aveva sostenuto la rivolta. Incapace di contenere e contrastare efficacemente l’insurrezione jihadista, Damiba perse nel giro di pochi mesi il sostegno popolare e militare che lo aveva portato al potere.
Il 30 settembre dello stesso anno, un nuovo colpo di stato consegnò la guida del Paese al giovane capitano Ibrahim Traoré, che prese il posto di Damiba. Quest’ultimo rovesciamento segnò l’inizio di una nuova fase nella storia del Burkina Faso: l’erede politico di Thomas Sankara era finalmente arrivato, pronto a riprendere la lotta di liberazione nazionale lasciata in sospeso dal grande rivoluzionario burkinabé, assassinato quasi quarant’anni prima.
Un cambio di potere diverso
Quello che portò al potere Traoré era il quinto colpo di stato dalla morte di Sankara. Una continua serie di stravolgimenti politici che avevano ormai esasperato una popolazione alla ricerca di un futuro stabile per le proprie famiglie e per il Paese. Volendosi immedesimare in un burkinabé medio, è facile immaginarsi che all’ennesimo cambio di potere la reazione immediata possa essere quella di sfiducia o rassegnazione. Pure in Europa quando si legge dei “soliti” colpi di stato nel continente africano generalmente si reagisce con una certa indifferenza, con una certa consapevolezza di come in questa parte del mondo i cambi di potere siano consuetudine.
Se stiamo però parlando ora del colpo di stato avvenuto il 30 settembre di tre anni fa è perché ha interrotto questa realtà ripetitiva durata decenni. Le politiche intraprese dal nuovo presidente segnano infatti un taglio netto con il passato post-Sankara, e riprendono per molti versi il lavoro che quest’ultimo aveva lasciato tragicamente in sospeso.
Ma di che politiche stiamo parlando? Traoré si è mosso con delle parole d’ordine che possiamo identificare con la difesa della sovranità e l’indipendenza del Paese, la promozione dell’uguaglianza materiale, una restaurazione culturale dello spirito anticoloniale e, non da ultimo, l’ingresso nel campo multipolare mondiale. Cerchiamo dunque di analizzare in ordine le politiche che coincidono con questi propositi.
Con la sua ormai celebre frase che recita “Non siamo contro l’Occidente, ma siamo per la libertà. E la libertà ha un prezzo” Traoré ha sancito l’inizio di una vera e propria lotta contro la presenza neocoloniale euroatlantica, ed in primis quella francese. Per riacquisire una piena sovranità ed indipendenza da chi aveva sfruttato a piacimento il Burkina Faso dopo la caduta di Sankara, il presidente ha da subito espulso i militari francesi dal territorio nazionale, i quali hanno dovuto chiudere la loro importante base militare nel Paese. Ha in seguito promosso la nazionalizzazione di risorse naturali strategiche come le miniere d’oro; un’operazione che avviene nel solco di quella che Traoré definisce una “rivoluzione” per garantire al Burkina Faso di trarre vantaggio dalla sua ricchezza mineraria, senza dipendere dalle speculazioni delle multinazionali straniere. E non sono mancati i malumori di quest’ultime, soprattutto dopo che la giunta al potere ha annunciato di voler costruire per la prima volta una raffineria nazionale per poter usufruire autonomamente di riserve auree.
Anche in materia di sovranità alimentare, fondamentale in un contesto spesso precario come quello africano, si respira un clima rivoluzionario. Traoré ha infatti lanciato un ambizioso progetto che prevede ingenti investimenti (oltre 900 milioni di dollari) per promuovere la produzione agricola e pastorale. L’obiettivo su larga scala è quello di sviluppare nuove tecniche di trasformazione della materia prima sul posto, in modo da diminuire la dipendenza dall’estero in materia di approvvigionamento di prodotti lavorati.
Sul piano dell’uguaglianza materiale il tentativo di seguire le orme di Sankara è ancor più evidente. Traoré ha infatti deciso di rinunciare al suo stipendio di capo di Stato e di mantenere quello di capitano dell’esercito burkinabé. Parallelamente, ha ridotto gli stipendi dei politici del 30% e aumentato del 50% quelli dei lavoratori pubblici, segnando un’ulteriore cesura con le tipiche dinamiche precedenti che rendevano quella politica una classe socioeconomica a sé.
Queste e tutta una lunga serie di riforme, progetti e ambizioni in vari campi della società burkinabé, unite ad una memoria storica della popolazione per la rivoluzione di Sankara ed il declino vissuto dal Paese dopo la sua caduta, hanno reso e stanno rendendo il giovane leader burkinabé uno dei leader con più appoggio e consenso popolare nella realtà africana. Se negli attuali sostenitori di Traoré nati qualche generazione fa è stato coltivato il ricordo per Sankara e la speranza nel ritorno di qualcuno che proseguisse il suo cammino, nei difensori più giovani del presidente c’è sicuramente il desiderio di avere un futuro dopo anni di continui stravolgimenti, instabilità politica e precarietà sociale ed economica.
Traoré ed il campo multipolare
Come si dice spesso, nella storia cambiano i protagonisti, ma le dinamiche sono spesso riconoscibili. Di fatto, come negli anni ’80 Sankara si trovò afferrato nella morsa delle pretese imperialiste delle multinazionali straniere, anche Traoré si muove oggi in un contesto politico e geopolitico fragile. Le sue riforme di innovazione, sovranità e redistribuzione non sono chiaramente ben viste da tutte quelle forze come gli Stati Uniti, l’UE e la NATO che per anni hanno potuto sfruttare le risorse minerarie del Burkina Faso. È vero che la coscienza politica e storica della popolazione gioca un ruolo importante nel mantenimento dell’unità nazionale, rendendo le circostanze forse più favorevoli rispetto a quelle vissute da Sankara, ma al contempo l’aggressività del blocco imperialista euroatlantico negli ultimi decenni non ha fatto che potenziarsi e diventare più subdola. In questo senso, l’ingresso del Paese nel nuovo panorama di un mondo multipolare è un passo chiave nella politica estera del governo di Traoré.
Costruendo alleanze commerciali dapprima interne alla regione del Sahel con Niger e Mali – ad esempio con la creazione dell’Alliance des États du Sahel – e poi con il resto del continente, il Burkina Faso è progressivamente diventato un punto di riferimento nel continente africano per la transizione al multipolarismo.
Questo nuovo ruolo ha permesso a Traoré di intraprendere relazioni importanti con Cina, Russia e in generale con i Paesi BRICS. Le relazioni con quest’ultima organizzazione stanno infatti subendo una decisiva intensificazione, ad esempio con la firma del memorandum d’intesa con i BRICS nel 2023, grazie alla quale la cooperazione sarà capillarizzata in diversi settori dell’economia, della salute, dell’istruzione, dell’industria, delle risorse minerarie, eccetera.
Il percorso fatto dal Burkina Faso in un periodo di tempo così breve ci dà un’opportunità di analisi enorme per quanto riguarda la transizione globale al multipolarismo. Spesso e volentieri si tende a dimenticare il potenziale che il continente africano ha nella costruzione di questo nuovo assetto geopolitico. È chiaro che la strabiliante crescita della Cina o, d’altra parte, le continue minacce di aggressione imperialista alle numerose realtà socialiste dell’America Latina, da Cuba alla Bolivia, passando per il Venezuela, ma anche solo pensando all’orlo dell’abisso bellico in cui ci troviamo in Europa, spesso manca il tempo per udire quel rumore impercettibile di una foresta multipolare che cresce in Africa. Tuttavia, ogni giorno avvengono piccoli e grandi fatti sia in Burkina Faso che nei Paesi che alla sua rivoluzione si ispirano; e sono proprio questi piccoli fatti che, uniti in un contesto vario e complesso come questo, costituiscono la base per il progressivo declino del neocolonialismo europeo e la nascita di un nuovo mondo basato su pace, cooperazione e giustizia. Un percorso sicuramente tortuoso a tratti e ricco di sfide, ma che mostra una tendenza chiara ed incontrovertibile. Nella lotta anti-imperialista anche quelle che sembrano sconfitte non lo sono: pensiamo all’effetto a catena per cui con la distruzione della Libia per mano della NATO si è giunti alla presa del potere di Traoré in Burkina Faso; un’ennesima prova di come il perseguimento degli obiettivi del colonialismo è causa del suo stesso declino, in un gioco a somma zero che presto o tardi cesserà.
