{"id":5451,"date":"2016-08-26T10:48:50","date_gmt":"2016-08-26T10:48:50","guid":{"rendered":"https:\/\/www.sinistra.ch\/?p=5451"},"modified":"2016-08-26T10:48:50","modified_gmt":"2016-08-26T10:48:50","slug":"300-miles-da-propaganda-anti-assad-a-testimonianza-delle-contraddizioni-dei-ribelli-siriani","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.politicanuova.ch\/?p=5451","title":{"rendered":"\u201c300 miles\u201d: da propaganda anti-Assad a testimonianza delle contraddizioni dei ribelli siriani"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\" align=\"JUSTIFY\">Ambiguo, ma ricco di spunti interessanti: cos\u00ec potremmo descrivere \u201c300 miles\u201d di Orwa al Mokdad, pellicola che ha portato al Festival del Film di Locarno un tema scottante e di strettissima attualit\u00e0 della politica internazionale, quello del conflitto in Siria. Se da un lato ci\u00f2 costituisce un merito innegabile, dall&#8217;altro l&#8217;impostazione e il messaggio del film presentano varie e importanti criticit\u00e0 che, ai miei occhi, ne compromettono il risultato finale (e, soprattutto, distorcono la percezione della questione da parte del grande pubblico).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" align=\"JUSTIFY\">Ma cerchiamo prima di tutto di inquadrare il regista, principale filtro che si frappone tra lo spettatore e la realt\u00e0: 29 anni, siriano, \u201crivoluzionario della prima ora\u201d (come lui stesso ama definirsi), Orwa al Mokdad corrisponde all&#8217;archetipo del \u201cgiovane manifestante per la democrazia\u201d delle primavere arabe, figura ormai ben radicata nell&#8217;immaginario collettivo occidentale grazie al sapiente (e martellante) lavoro degli <i>spin-doctor<\/i> al soldo dei governi atlantici. Oppositore di Bashar al-Assad fin dai primi moti del 2011, questo giornalista, che ha lavorato, tra gli altri, anche per la BBC, ha gi\u00e0 all&#8217;attivo diverse produzioni cinematografiche fortemente critiche verso il governo laico siriano, le quali, inutile dirlo, hanno riscosso particolare successo e attenzione proprio in Occidente (il suo cortometraggio \u201cUnder the tank\u201d del 2014 era stato selezionato anche a Locarno).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" align=\"JUSTIFY\">Il lungometraggio proiettato quest&#8217;anno costituisce un ulteriore passo in questa direzione: realizzando un <i>docu-film<\/i> con immagini e testimonianze raccolte sul terreno, al Mokdad intendeva mostrare al pubblico occidentale la presunta brutalit\u00e0 del \u201cregime\u201d di Assad e, viceversa, la bont\u00e0 e la giustizia dei combattenti \u201cper la libert\u00e0\u201d. Credo per\u00f2 che proprio quanto ritrovato al fronte abbia provocato un mutamento sostanziale nel suo approccio: dall&#8217;attestazione di una realt\u00e0 ai suoi occhi incontrovertibile passa infatti alla ricerca di un&#8217;illusione, lanciandosi nel disperato tentativo di ritrovare un barlume di senso e di civilt\u00e0 nel delirio e nel caos del fronte d&#8217;opposizione. Ricerca che, come mi accingo ad illustrare, si rivela vana e, sotto certi aspetti, quasi controproducente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" align=\"JUSTIFY\">La narrazione si articola su tre vicende principali, sapientemente scelte nel caos siriano, che s&#8217;intrecciano l&#8217;una con l&#8217;altra per dimostrare le tesi del regista (le sofferenze della popolazione civile, la bont\u00e0 dei ribelli, la repressione sanguinaria del regime, ecc.), ma in cui possiamo anche ritrovare numerosi elementi che ne contraddicono alcuni aspetti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" align=\"JUSTIFY\">La prima \u00e8 quella di una banda di combattenti del FSA (Free Sirian Army), la frangia \u201cmoderata\u201d e \u201claica\u201d dell&#8217;opposizione che incarna le speranze dell&#8217;Occidente (bench\u00e9 rimanga una frazione marginale dello schieramento e non corrisponda esattamente a tale descrizione), da cui riceve supporto politico e militare. La testimonianza del comandante di questo \u201cbattaglione\u201d ci fornisce per\u00f2 un panorama ben diverso da quello dipinto dai nostri <i>mass media<\/i>: questo gruppo armato, paradigma di tutte le fazioni in campo contro Assad, \u00e8 completamente allo sbando, senza direttive e senza obiettivi, se non il proseguimento <i>tout court<\/i> della guerra (in cui diventa difficile pure identificare un vero e proprio \u201cnemico\u201d, come afferma lo stesso comandante: \u201ccombatteremo tutti: lealisti, islamisti, miliziani di Daesh, soldati, civili&#8230;\u201d). I \u201cribelli\u201d hanno ormai perso il contatto con la realt\u00e0 e con esso ogni riferimento politico (emblematica la scena in cui alla domanda \u201cdove \u00e8 finita la rivoluzione in tutto questo?\u201d, il leader della banda si rifiuta di rispondere e cambia discorso), finendo per trovare conforto e guida unicamente nella religione, con sfumature pi\u00f9 o meno integraliste (in vari passaggi sentiamo questi \u201claici\u201d miliziani inneggiare all&#8217;intervento di <i>Allah<\/i>, che permetter\u00e0 loro di sopraffare il regime \u201cinfedele\u201d di Assad).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" align=\"JUSTIFY\">La seconda vicenda raccontata dal regista \u00e8 quella di un gruppo di \u201cattivisti pacifici\u201d che vagano tra le macerie di un paese devastato, espressione di quella giovent\u00f9 alla ricerca di maggiori diritti che \u00e8 stata \u201crepressa nel sangue\u201d dal regime \u201cdittatoriale\u201d di Assad nella primavera del 2011. Anche qui per\u00f2 le immagini e i racconti dei personaggi mostrano una realt\u00e0 ben differente da quella che ci viene proposta in Europa: il pubblico vede con i propri occhi la deriva in termini di qualit\u00e0 di vita causata dal conflitto, che ha fatto sparire ogni traccia del benessere e della ricchezza culturale diffusi prima del 2011, lasciando spazio solo a miseria, devastazione e fame (in un passaggio, uno di questi giovani \u201cattivisti\u201d racconta di come si sia trovato a dover nascondere i libri di un&#8217;intera biblioteca per salvarli dalle fiamme degli abitanti in cerca di calore nel freddo inverno siriano). Anche qui a farla da padrone \u00e8 per\u00f2 il tema del caos e dello spaesamento politico del gruppo: anche i giovani \u201cidealisti\u201d scesi in piazza nel 2011 sono rimasti sopraffatti dal conflitto che hanno innescato, ed ora rinnegano il proprio recente passato, denunciando come le \u201cingerenze esterne\u201d abbiano condotto la \u201crivoluzione\u201d su dei binari differenti rispetto a quelli da loro immaginati (molto significativa in questo senso la scena in cui uno di questi ragazzi straccia davanti alla telecamera un documento dell&#8217;<i>American Islamic Congress<\/i>, organizzazione impegnata fin dal 2011 per promuovere \u201cla lotta per la libert\u00e0 politica\u201d nei \u201cregimi oppressivi\u201d del Medio Oriente, sponsorizzata dai sionisti dell&#8217;<i>American Jewish Committee<\/i> e legata da alcune agenzie governative come lo <i>United States Institute for Peace<\/i>).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" align=\"JUSTIFY\">Infine, al Mokdad racconta la storia di una bambina di Daraa che, tramite affettuosi video-messaggi allo zio, mostra allo spettatore la quotidianit\u00e0 della guerra e del dolore (naturalmente da imputare al \u201cmostruoso\u201d Assad), ma anche le speranze dei civili che attendono solo la fine dei combattimenti per poter tornare ad un&#8217;esistenza \u201cnormale\u201d e pacifica. In questo caso non posso sottrarmi dal condannare la meschina strumentalizzazione della bambina da parte del regista, nel solco delle peggiori strategie di \u201ccommunication war\u201d delle agenzie stampa occidentali, alla ricerca di un&#8217;immagine resa terribilmente sincera e onesta solo dalla tenera et\u00e0 dell&#8217;intervistata. La sua testimonianza, che scioglie il pubblico occidentale in un dolce e acritico \u201cbrodo di giuggiole\u201d (tanto pi\u00f9 perch\u00e9 portatrice del messaggio che si vuole sentire, a conferma della visione dominante del conflitto), non manca per\u00f2 di qualche elemento che contraddice quanto le si vuole far dire. In tal senso \u00e8 particolarmente interessante la scena iniziale del film, in cui la bambina chiede allo zio: \u201cTi ricordi quando mi portavi a Damasco a comprare i giocattoli ed eravamo cos\u00ec felici?\u201d; dopodich\u00e9 la severa condanna: \u201cE lo sai perch\u00e9 non ci possiamo pi\u00f9 andare? Per colpa di&#8230; Bashar!\u201d. Ancora una volta, vediamo come il ricordo del benessere precedente alla guerra sia ancora ben radicato nelle menti della popolazione civile, che per\u00f2 viene strumentalmente spinta ad identificare Assad come responsabile di tutta questa situazione (come se fosse lui ad aver imbracciato le armi, ad aver avviato uno dei pi\u00f9 terribili conflitti civili di questo secolo e ad aver condannato alla miseria tutto il suo popolo!).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" align=\"JUSTIFY\">Il quadro che ci viene proposto da \u201c300 miles\u201d \u00e8 quindi quello di un&#8217;opposizione estremamente frammentata, lacerata da guerre intestine, allo sbando, che combatte in un paese in preda al caos, all&#8217;anarchia e alla miseria: ogni elemento di critica costruttiva e pacifica al governo baathista (come poteva trattarsi in alcuni casi nel 2011) svanisce nella confusione che regna sovrana e nelle brutalit\u00e0 e nell&#8217;irrazionalit\u00e0 dei gruppi ribelli, promotori, nella stragrande maggioranza, di un&#8217;integralismo islamico che ha eletto a \u201cnemico numero uno\u201d proprio la laicit\u00e0 della repubblica siriana difesa dalle forze governative. Questo scenario sta a dimostrare come un&#8217;eventuale \u201crimozione\u201d dal potere di Assad, come auspicano il regista e le potenze atlantiche, avrebbe l&#8217;unico risultato di avviare un processo di \u201clibizzazione\u201d del paese, facendolo sprofondare in un caotico scontro tra poteri tribali, fazioni integraliste e gruppi armati filo-imperialisti (come il FSA), di cui la principale vittima sarebbe la popolazione civile: esattamente come in Libia in seguito alla caduta di Gheddafi. Lasciamo immaginare al lettore quali sarebbero poi gli effetti sull&#8217;attuale crisi migratoria e quali sarebbero le conseguenze per l&#8217;Europa&#8230;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" align=\"JUSTIFY\">La \u201cricerca\u201d del regista \u00e8 quindi fallita e, anzi, produce l&#8217;effetto opposto a quello auspicato, rivelando numerose contraddizioni di fondo del fronte d&#8217;opposizione. Eppure pare che egli non sia disposto ad accettare una simile disfatta, spingendosi quasi fino alla \u201cnegazione\u201d della realt\u00e0: al termine del film non vi \u00e8 alcuna ritrattazione, nessun riferimento ad una via d&#8217;uscita differente rispetto a quella del conflitto \u201cfino alla vittoria\u201d, come lo intendono i gruppi armati dell&#8217;opposizione. Si lascia intendere che, bench\u00e9 tra i ribelli vi siano alcuni problemi, le loro motivazioni e il loro senso di giustizia siano pi\u00f9 che mai validi, motivo per cui occorrerebbe sostenerli nella loro lotta e combattere le \u201catrocit\u00e0\u201d delle forze lealiste. Peculiare in questo senso \u00e8 il riferimento e l&#8217;ambientazione ad Aleppo, una sorta di Sarajevo del 2016, in cui la barbarie della guerra potrebbe terminare solo grazie ad un intervento esterno (ossia della NATO e dei suoi alleati del Golfo), come era stato il caso per la citt\u00e0 bosniaca a met\u00e0 degli anni &#8217;90. Tutto ci\u00f2 senza far naturalmente menzione dell&#8217;atteggiamento delle forze governative e dagli alleati russi nei confronti dei civili: ricordiamo come queste, vicine solo qualche settimana fa a sottrarre Aleppo al controllo dei ribelli integralisti, abbiano creato vari corridoi umanitari per evacuare la popolazione civile prima di sferrare l&#8217;offensiva alla citt\u00e0.<\/p>\n<figure id=\"attachment_5452\" aria-describedby=\"caption-attachment-5452\" style=\"width: 300px\" class=\"wp-caption alignleft\"><a href=\"https:\/\/www.sinistra.ch\/wp-content\/uploads\/2016\/08\/OC899272_P3001_217361.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-medium wp-image-5452\" src=\"https:\/\/www.sinistra.ch\/wp-content\/uploads\/2016\/08\/OC899272_P3001_217361-300x169.jpg\" alt=\"Una scena del film 300 miles.\" width=\"300\" height=\"169\" srcset=\"https:\/\/www.politicanuova.ch\/wp-content\/uploads\/2016\/08\/OC899272_P3001_217361-300x169.jpg 300w, https:\/\/www.politicanuova.ch\/wp-content\/uploads\/2016\/08\/OC899272_P3001_217361-768x432.jpg 768w, https:\/\/www.politicanuova.ch\/wp-content\/uploads\/2016\/08\/OC899272_P3001_217361-1024x576.jpg 1024w, https:\/\/www.politicanuova.ch\/wp-content\/uploads\/2016\/08\/OC899272_P3001_217361-480x270.jpg 480w, https:\/\/www.politicanuova.ch\/wp-content\/uploads\/2016\/08\/OC899272_P3001_217361-890x500.jpg 890w, https:\/\/www.politicanuova.ch\/wp-content\/uploads\/2016\/08\/OC899272_P3001_217361.jpg 1779w\" sizes=\"auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><figcaption id=\"caption-attachment-5452\" class=\"wp-caption-text\">Una scena del lungometraggio <em>300 miles<\/em>.<\/figcaption><\/figure>\n<p style=\"text-align: justify;\" align=\"JUSTIFY\">In conclusione, mi pare di poter affermare che il messaggio principale di questo film sia da ricercare proprio in questa \u201cnarrazione del dolore\u201d che ci ha proposto Orwa al Mokdad: difficilmente il grande pubblico percepir\u00e0 le contraddizioni di cui sopra e rimarr\u00e0 quindi colpito ancora una volta solo dalla denuncia della \u201cbrutalit\u00e0 del regime\u201d (come \u00e8 ormai abituato da qualche anno a questa parte), dall&#8217;appello al sostegno ai \u201cribelli per la libert\u00e0\u201d e dalla necessit\u00e0 di fermare le sofferenze cui \u00e8 sottoposta la popolazione (sofferenze di cui Aleppo \u00e8 divenuta il <i>top\u00f2s<\/i> per eccellenza). Tutto ci\u00f2 ha un unico e chiaro fine politico: rendere attenta la societ\u00e0 civile occidentale della crisi in cui si trova l&#8217;opposizione \u201cmoderata e democratica\u201d siriana, impantanata in un contesto caotico e pericoloso e impossibilitata a difendere i civili dal \u201cterrore\u201d del regime di Assad; se si vuole evitare che questa opposizione \u201cilluminata\u201d scompaia, lasciando in campo unicamente le fazioni integraliste come Daesh o al-Nusra da un lato e le forze governative dall&#8217;altro (entrambe crudeli, bestiali, \u201cinumane\u201d), occorre fare qualcosa. Questo \u201cqualcosa\u201d si pu\u00f2 tradurre naturalmente solo in un intervento \u201cboots on the ground\u201d da parte delle truppe dell&#8217;Alleanza atlantica e delle petromonarchie del Golfo, ancora una volta chiamate a riportare \u201cordine e giustizia\u201d nel mondo. Dall&#8217;Iraq per\u00f2 si \u00e8 imparato parecchio sul ruolo dell&#8217;opinione pubblica e della comunicazione di massa e, per evitare la nascita di un nuovo movimento pacifista, si \u00e8 gi\u00e0 iniziato a \u201cpreparare il terreno\u201d a livello ideologico, bombardando il pubblico con le atrocit\u00e0 del nemico e costruendo un consenso interno che impedisca di dover giustificare alla popolazione le proprie scelte di politica estera.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" align=\"JUSTIFY\">\u201c300 miles\u201d si inserisce perfettamente in questo disegno, eppure, se visto con sguardo critico e attento, ci pu\u00f2 dare strumenti e informazioni utili a combattere le false verit\u00e0 che vengono riportate da contenuti mediatici simili. Un film da vedere, ma unicamente senza i paraocchi della propaganda mediatica occidentale.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ambiguo, ma ricco di spunti interessanti: cos\u00ec potremmo descrivere \u201c300 miles\u201d di Orwa al Mokdad, pellicola che ha portato al Festival del Film di Locarno un tema scottante e di strettissima attualit\u00e0 della politica internazionale, quello del conflitto in Siria. Se da un lato ci\u00f2 costituisce un merito innegabile, dall&#8217;altro l&#8217;impostazione e il messaggio del film presentano varie e importanti criticit\u00e0 che, ai miei occhi, ne compromettono il risultato finale (e, soprattutto, distorcono la percezione della questione da parte del grande pubblico). 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