{"id":17262,"date":"2026-08-29T11:58:52","date_gmt":"2026-08-29T10:58:52","guid":{"rendered":"https:\/\/www.politicanuova.ch\/?p=17262"},"modified":"2026-08-29T11:58:54","modified_gmt":"2026-08-29T10:58:54","slug":"79-locarno-film-festival-una-cinematografia-al-servizio-della-bellicosita-delloccidente","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.politicanuova.ch\/?p=17262","title":{"rendered":"79\u00b0 Locarno Film Festival: una cinematografia al servizio della bellicosit\u00e0 dell\u2019Occidente"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il cinema dovrebbe essere un fenomeno artistico e culturale, in particolare le rassegne cinematografiche, eppure Giona Nazzaro, direttore artistico del Locarno Film Festival cita Elio Vittorini: \u201c<em>Troppo male offendere il mondo<\/em>\u201d e lamenta che i confini planetari effettivi e metaforici, non solo cinematografici, si stiano restringendo. Ma forse pure lui ha fatto e fa troppo poco perch\u00e9 il dialogo con i popoli della terra resti aperto: le cinematografie del Sud Globale e multipolare restano lontane anche da Locarno. Cina e Russia, Asia Centrale e Indocina, per non dire delle nazioni dell\u2019Alleanza del Sahel anche qui, come a Venezia sono pesantemente e gravemente assenti. Se il Locarno Film Festival non si \u00e8 ancora ridotto a un mesto e misero Cineforum dell\u2019Occidente Collettivo al pari dell\u2019augusto fratello lagunare, oramai auto-declassatosi a sponsor privilegiato e imbarazzante della peggior melassa atlantista e hollywoodiana, \u00e8 perch\u00e9 l\u2019antico anelito di Locarno, ovvero quello di un festival che ancora non si \u00e8 messo nella condizione di dimenticare quanti e quali siano i continenti, opera affinch\u00e9 una parvenza di universalit\u00e0 nelle varie selezioni permanga: un filo tenue ed esile, sempre pi\u00f9 impalpabile, ma fortunatamente non ancora recisosi.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">Quando il cinema era ancora multiculturale<\/h2>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Pensare che nel 1932, alla prima Mostra d\u2019Arte Cinematografica di Venezia, nonostante il contesto fascista, ovvero palesemente mono-culturale e mono-indirizzato, evitando un tipico atteggiamento da propaganda di guerra quale quello attualmente vigente in tutti i festival occidentali, era arrivato in concorso \u201cIl cammino verso la vita\u201d, in russo \u201c\u041f\u0443\u0442\u0451\u0432\u043a\u0430 \u0432 \u0436\u0438\u0437\u043d\u044c\u201d. Primo film sonoro sovietico, era stato realizzato nel 1931 da Nikolaj Ekk, peraltro alla sua opera prima.&nbsp;Riusc\u00ec addirittura ad ottenere il premio del pubblico come miglior regista: grazie alle qualit\u00e0 artistiche ed espressive proposte, fu capace di raccontare, nell\u2019Ucraina devastata dalla guerra civile del 1923, come i \u201cbesprizornye\u201d, ovvero i ragazzi di strada, , ispirandosi all\u2019opera del pedagogista ed educatore sovietico Anton Makarenko, venissero redenti e avviati a produttivi lavori manuali. Il regista peraltro aveva passato lungo tempo presso il centro di riabilitazione \u201cBol\u0161cevo\u201d creato dalla GPU, ovvero la polizia politica antesignana del KGB, diretto presso Mosca da Matvej Pogrebinskij e luogo di selezione dei ragazzi che avrebbero interpretato il film, tutti giovanissimi attori non professionisti. A realizzare il film fu lo studio cinematografico sovietico Me\u017erabpomfilm, produttore anche di \u201cTempeste sull\u2019Asia\u201d del 1928 (in russo \u201c\u041f\u043e\u0442\u043e\u043c\u043e\u043a \u0427\u0438\u043d\u0433\u0438\u0441-\u0425\u0430\u043d\u0430\u201d, ovvero \u201cDiscendenti di Cinghis Khan\u201d) diretto da Vsevolod Pudovkin. I film sovietici erano all\u2019epoca di Weimar distribuiti in Germania dalla Prometheus Film, casa di produzione ed espressione diretta del Partito Comunista Tedesco. Celebri le loro proiezioni de \u201cLa corazzata Pot\u00ebmkin\u201d nel 1925 e \u201cOttobre\u201d nel 1927 di Sergej Ejzenstejn. Proprio la Prometheus Film realizzer\u00e0 nel 1932 il capolavoro del comunista Slatan Dudow, con aiuto regista il compagno di Partito Bertolt Brecht, \u201cKuhle Wampe, ovvero: chi possiede il mondo?\u201d, stupenda narrazione della giovent\u00f9 comunista berlinese intenta a provare a resistere all\u2019avanzata del nazifascismo.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">La tragedia del Punjab in un film autentico<\/h2>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ogni terra, in tempi diversi, pu\u00f2 essere luogo d\u2019incontro, come di scontro. Nel lungo tempo, il nostro medioevo, in cui il persiano \u00e8 stata la lingua franca di una larga porzione dell\u2019Asia, dal Medioriente all\u2019Indocina, il Punjab, in una fortunata consonanza tra sanscrito e persiano, ha tratto il suo nome dall\u2019essere \u201cla terra dei cinque fiumi\u201d: Beas, Ravi, Sutlej, Chenab e Jhelum, oggi corsi d\u2019acqua modesti e contesi, terra contenuta tra i pi\u00f9 poderosi flussi dell\u2019Indo e dello Yamuna. Antichissima patria degli ariani, \u00e8 la terra di Krishna, delle epiche battaglie narrate nel Mahabharata, del tentativo di Alessandro Magno, frenato dai suoi stessi soldati, di giungere ai confini del mondo, degli imperi moghul di Akbar e di suo figlio Jahangir, i pi\u00f9 potenti sovrani indiani di tutti i tempi, contemporanei di Elisabetta I d\u2019Inghilterra, di loro molto inferiore per ricchezze e grandezza, i moghul soprattutto erano musulmani, fatto che irrita non poco l\u2019attuale primo ministro indiano Nerendra Modi, notorio integralista induista che onora l\u2019assassino del Mahatma Gandhi e non il fondatore della moderna India anti-colonialista.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00c8 negli anni di Akbar e Jahangir che il Guru Nanak, promotore della fede sikh, attraversa il Punjab predicando la fraternit\u00e0 umana e l\u2019unicit\u00e0 del divino.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nel Punjab, spartito violentemente nel 1947, i punjabi musulmani prendono la via del Pakistan, di cui oggi fanno parte, mentre quelli di religione sikh si stabiliscono principalmente in India, anche se il moderno confine separa la stessa terra martellata dall\u2019inclemenza del cielo, capace di regalare lunghi mesi di aridi soli, generose piogge monsoniche e rigidi inverni. Peraltro, i sikh per lungo tempo sono stati pesantemente manovrati nelle loro pur legittime richieste culturali, religiose e linguistiche dagli statunitensi, interessati a promuovere, nell\u2019India degli anni \u201870 e \u201880 del Novecento, il loro separatismo etnico contro il governo di Delhi, in quel tempo prossimo al campo sovietico. Proprio i sikh organizzano nel 1984 l\u2019assassinio della prima ministra Indira Gandhi, la donna che maggiormente ha legato, nella seconda met\u00e0 del XX secolo in collaborazione con Leonid Bre\u017enev, i destini indiani a Mosca.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il film inizia in una citt\u00e0 indiana di oggi, in cui una giovane donna, interpretata da Diya Kamboj, d\u00e0 rifugio e si prende cura di un uomo ferito, un sikh, forse non estraneo alla morte del fratello della ragazza stessa e destinato a chiudere drammaticamente la sua vita. Nel lontano paese natale di quest\u2019uomo, gli anziani genitori, il padre \u00e8 interpretato dal poeta punjabi Jaswant Zafar al suo debutto cinematografico, la moglie e i figli lo piangono. Dentro questo dolore, narrato con la delicata poeticit\u00e0 di una attenta sceneggiatura e accompagnato da una fotografia profondamente toccante, ecco che giunge un altro anziano, Rashid Ali, interpretato dal grande attore hindi Naseeruddin Shah, alla ricerca dei luoghi in cui \u00e8 nato e vissuto nei primi due anni di vita, prima che i suoi genitori nel 1947 scegliessero l\u2019Inghilterra, e non il Pakistan, per il loro futuro.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ci si immerge cos\u00ec nella memoria personale di un uomo capace di trasformarsi in collettivo, entrando in contatto con un popolo, con due religioni, con una convivenza venuta meno pi\u00f9 per l\u2019incedere impetuoso della storia che per la volont\u00e0 dei punjabi stessi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il regista indiano Gurvinder Singh in \u201cRehmat\u201d, peraltro nome del padre di Ali Rashid, termine comune al persiano, all\u2019urdu e al punjabi, traducibile con \u201cclemente\u201d o \u201ccompassionevole\u201d, in perfetta assonanza con la nota benedizione arabo \u2013 islamica, racconta dunque con riuscita maestria una pagina di storia poco nota in Occidente, riuscendo nel pregevole risultato di comporre un colorato e splendido film corale.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">Ancora una volta, uno sguardo parziale su Serebrenica<\/h2>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nel silenzio complice di un\u2019Europa in cui la guerra tornava dopo meno di mezzo secolo dalla fine del secondo conflitto mondiale, anzi con la connivente complicit\u00e0 del vaticano wojtyliano e della Germania riunificata di Helmut Kohl, le due potenze che riconoscendo l\u2019indipendenza di Slovenia e Croazia hanno dato vita allo scatenamento del conflitto nel 1991 \u2013 92, con la generosit\u00e0 criminale del cancelliere tedesco che regala l\u2019arsenale della DDR ai croati per incoraggiarli ad ammazzare quanti pi\u00f9 serbi possibile, ecco che i musulmani bosniaci si sono ritrovati in mezzo a un conflitto in cui hanno saputo rispondere solo quando Washington ha mobilitato le peggiori milizie sunnite,&nbsp;addestrate e utilizzate dalla Casa Bianca lungo tutto il decennio precedente in Afghanistan, in Algeria, in Cecenia.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Tutto questo occorre ricordare per capire il documentario \u201cNessuno vi far\u00e0 del male\u201d, del regista svizzero Dino Hodic, fuggito bambino con la sua famiglia tra le montagne elvetiche, prima che a Srebrenica nel luglio 1995 si dipanasse una delle pagine pi\u00f9 tragiche di quel conflitto, di cui il regista cerca di riannodare i fili, comunque impossibili da ricomporre, come le vite perse e spezzate, soprattutto mancando di ricordare come quella tragedia sia stata preceduta dalla devastazione di villaggi serbi, in cui la popolazione \u00e8 stata sterminata da milizie bosniaco-islamiche che non conoscevano neppure la lingua della precedente comune patria jugoslava.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">Allucinazioni transfemministe in una delirante pellicola sull\u2019Ucraina<\/h2>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u201cRaramente mi sveglio sognando\u201d della regista bavarese Isabelle Stever \u00e8 un esempio sesquipedale di propaganda con finalit\u00e0 di guerra. Dovendo spiegare ai giovani tedeschi e pi\u00f9 in generale europei perch\u00e9 dovrebbero andare a farsi ammazzare per gli interessi della NATO a sostegno del governo fascio \u2013 banderista ucraino, ecco che l\u2019autrice escogita una trovata a suo modo geniale: non Rutte, non i cannoni insanguinati di Washington, non i cessi d\u2019oro degli stupefacenti, in tutti i sensi, politici di Kiev, i giovani europei e teutonici dovrebbero diventare carne da macello per difendere i diritti genderisti della giovent\u00f9 ucraina. Ovviamente \u00e8 pi\u00f9 di una forzatura: \u00e8 un\u2019invenzione ideologica assoluta, volta a trovare una giustificazione attingendo ad uno dei due temi inculcati a forza nella testa della giovent\u00f9 occidentale negli ultimi anni. L\u2019altro tema, quello ambientale, \u00e8 abbastanza imbarazzante, se si considera che le guerre inquinano pi\u00f9 di tutta la CO2 civile prodotta in un anno dall\u2019intero globo terracqueo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La pellicola ha una sceneggiatura mediocre al limite del ridicolo, i russi son sempre cattivi, gli occidentali e la NATO non si vedono e non si nominano, pare dunque non supportino Kiev. Ovviamente i combattenti sono \u201cpatrioti\u201d e non nazi-banderisti, si parla di continuo di Bu\u010da, ma solo per fomentare le strumentalizzazioni inventate dagli ucraini. Le due fidanzatine vivono una totale confusione di genere, per\u00f2 sono vegetariane e animaliste, tanto per assecondare un altro paio di mode che fanno molto \u201c<em>occidental lovely<\/em>\u201d. Una delle due ha lasciato un uomo, per confermare un altro pregiudizio liberal, quello contro il patriarcato, per\u00f2 si unisce a una donna che sta diventando un uomo, anche se, dato fondamentale, ha rinunciato agli attributi sessuali maschili, mantenendo quelli femminili e, prima di partire per il fronte a compiere il suo maschio dovere, preferisce dedicare il tempo a tatuarsi il tridente ucraino, al pari del noto politico italiano Calenda che se lo \u00e8 messo sul polso.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Tuttavia la regista era cos\u00ec poco convinta di lavorare con due attrici che ha pensato bene di affidare a un pelossisimo e barbuto attore la parte della donna in transizione, immaginiamo con vivo scorno della comunit\u00e0 genderista.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nella pellicola ovviamente ci si dimentica come sia stata l\u2019Alleanza Atlantica a volere a tutti i costi il conflitto, disattendendo gli accordi di Minsk, riarmando senza tregua l\u2019Ucraina e uccidendo quotidianamente le donne e gli uomini del Donbass dal 2014 al 2022. Anzi, proprio sul Donbass si racconta un\u2019altra colossale menzogna, indicando nei russi coloro che colpivano i civili, quando \u00e8 risaputo che per otto anni sia stata Kiev a uccidere i suoi stessi concittadini, colpevoli di parlare la lingua russa.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Jean Olanyszin, noto intellettuale e critico d\u2019arte svizzero, il 1\u00b0 agosto, festa nazionale rossocrociata, ha segnalato come la bandiera elvetica sia stata vandalizzata in arcobaleno dai socialisti ticinesi, forse, a suo dire: \u201c<em>come benvenuto al film (fogna) della regista Isabelle Stever\u201d<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Immagine di copertina di Kalai Ramu &#8211; Own work, CC BY-SA 4.0, <\/em><a href=\"https:\/\/commons.wikimedia.org\/w\/index.php?curid=197227311\">https:\/\/commons.wikimedia.org\/w\/index.php?curid=197227311<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il cinema dovrebbe essere un fenomeno artistico e culturale, in particolare le rassegne cinematografiche, eppure Giona Nazzaro, direttore artistico del Locarno Film Festival cita Elio Vittorini: \u201cTroppo male offendere il mondo\u201d e lamenta che i confini planetari effettivi e metaforici, non solo cinematografici, si stiano restringendo. 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